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L.C.A.- Interruzione e riassunzione del giudizio: sussiste improponibilità della domanda ex art. 287 CdA ? (Francesco Annunziata)

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Interruzione e successiva riassunzione del giudizio a seguito di messa in liquidazione della compagnia convenuta; sussiste improponibilità della domanda per violazione dell'art. 287 del D.Lgs.209/2005 (mancato invio della richiesta di risarcimento danni e successivo decorso del termine di sei mesi)?

Nei giudizi contro la Progress - interrotti e riassunti poi, regolarmente, nei confronti della LCA e della impresa designata dalla Isvap - è stata dichiarata (da ultimo Tribunale Nola) la improponibilità della domanda per violazione dell'art. 287 del D.Lgs.209/2005, atteso che la detta riassunzione non è stata preceduta dalla preventiva richiesta di risarcimento danni alla società Generali, nella qualità di impresa designata per la Campania alla gestione dei sinistri a carico del FGVS ed alla Progress in L.C.A., in persona del commissario liquidatore, e dal necessario successivo decorso del termine di sei mesi.

Da una attenta lettura degli articoli interessati alla vicenda, non pare che tali decisioni possano essere condivise.

Il caso trattato è disciplinato - essendo il provvedimento di liquidazione intervenuto in corso di causa - unicamente, dall'art. 289 del D.Lgs. 209/2005 citato il quale, all'uopo stabilisce: "Se il decreto di liquidazione coatta interviene prima della formazione del giudicato, il processo prosegue, nei confronti del commissario liquidatore e dell'impresa designata, decorsi sei mesi dalla pubblicazione del decreto di liquidazione coatta. In ogni caso le pronunce sono opponibili, entro i limiti di risarcibilità fìssati dall'articolo 283, comma 4, nei confronti dell'impresa designata".

Ora, a prescindere dalle opposte tendenze interpretative (cui fa riferimento lo stesso Tribunale: chi ritiene che la dichiarazione di liquidazione comporti, ope legis, la interruzione del giudizio e chi, per contro, ritiene che il giudizio debba proseguire, senza alcuna interruzione nei confronti dei soggetti legittimati), quello che interessa rilevare è che il legislatore ha imposto, in ogni caso, il rispetto di un "termine di quiescenza" (sei mesi) prima di proseguire il giudizio e ciò, probabilmente, al fine di consentire alla impresa dissestata (e/o anche a quella designata) di riorganizzarsi e far fronte alle esigenze determinate da questa nuova situazione.

Pertanto, il danneggiato - ed è questo il caso in esame - dovrà integrare il contraddittorio nei confronti dei soggetti legittimati o riassumere il giudizio nei confronti dei medesimi soggetti, tenendo conto del rispetto dei termini di cui all'art. 289 CdA (sei mesi), che decorrono dalla pubblicazione del decreto di liquidazione e che, conseguentemente, man mano, con il passaggio del tempo, si riducono fino a scomparire del tutto.

Sono, queste indicate, le uniche condizioni previste per la prosecuzione del giudizio: alcuna ulteriore attività (id est ulteriore richiesta di risarcimento) è richiesta all'attore-danneggiato.

Il richiamato art. 287 disciplina, infatti, la diversa ipotesi in cui il danneggiato intenda proporre azione di risarcimento dopo il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa: è, appunto, questo il caso in cui il danneggiato potrà iniziare il giudizio solo quando saranno decorsi sei mesi questa volta, però, non dalla pubblicazione del decreto di liquidazione, ma dal giorno in cui ha formulato formale richiesta di risarcimento. In tale caso, i termini non sono destinati, come nella ipotesi di cui all'art. 289 a ridursi ed a scomparire, col trascorrere del tempo, ma dovranno essere sempre e,comunque, rispettati, costituendo condizione di proponibilità della domanda.

In altri termini, sia nel caso in cui il sinistro si sia verificato dopo il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa, sia nel caso in cui il sinistro si sia verificato prima di tale provvedimento (in tale secondo caso se è stata inviata richiesta di risarcimento danni alla compagnia in bonis questa va ripetuta nei confronti del commissario liquidatore, della impresa designata e del FGVS presso la Consap) condizione di proponibilità della domanda giudiziale è l'invio della richiesta di risarcimento danni ai soggetti legittimati ed il decorso del termine di sei mesi; ma tutto ciò rigorosamente se non vi è pendenza di giudizio: situazione, quest'ultima, disciplinata, in via esclusiva, dall'art. 289 del CdA.

Tali superiori rilievi portano indubbiamente a non condividere la sostenuta equiparazione dei due termini e, quindi, l'affermazione contenuta nella sentenza del Tribunale "... la prosecuzione del giudizio debba avvenire decorsi sei mesi dalla pubblicazione del decreto, e cioè il medesimo termine ormai previsto per il rispetto della condizione di proponibilità costituita dalla richiesta preventiva di risarcimento del danno ..." in quanto uguaglia e confonde il termine di cui all'art.287 con quello di cui all'art. 289.

Tale confusione porta, poi, ad affermare "In ipotesi, la dichiarazione del procuratore dell'impresa potrebbe avvenire allorché sono già abbondantemente decorsi i sei mesi dalla pubblicazione del decreto, con la conseguenza che il giudizio potrebbe essere immediatamente riassunto, vanificandosi lo scopo sotteso alla sospensione ex lege di cui alla norma in esame".

Ebbene, questa situazione, a sommesso avviso di chi scrive, può verificarsi proprio perchè i termini previsti dai due articoli citati, seppur inizialmente identici nella lunghezza, son ben diversi quanto alla decorrenza ed alla concreta applicazione. Infatti, quello previsto dall'art. 287 decorre dalla richiesta di risarcimento danni ("l'azione per il risarcimento dei danni può essere proposta solo dopo che siano decorsi sei mesi dal giorno in cui il danneggiato ha richiesto il risarcimento del danno") - e pertanto è "dinamico, fluttuante" nel senso che può avere inizio in momenti diversi - mentre quello previsto dall'art. 289 decorre dalla "pubblicazione del decreto di liquidazione" con la conseguenza che tale termine, essendo statico - id est rigidamente fissato - nel punto d'inizio (pubblicazione) è destinato man mano ad accorciarsi ed a scomparire del tutto, con lo scorrere del tempo.

E la ratio della norma, comunque, è soddisfatta e non mortificata in quanto l'impresa posta in liquidazione è, nel caso di giudizio in corso, già a conoscenza della pendenza dello stesso per cui, volendo, può, nei sei mesi (a partire dalla pubblicazione del provvedimento), porre in essere tutte quelle attività che tale situazione di dissesto impone.

Se il legislatore avesse effettivamente voluto, in ogni caso, anche per i giudizi in corso, il rispetto del termine fisso di sei mesi, come nel caso previsto dall'art. 287, avrebbe potuto, più semplicemente, far riferimento, come termine iniziale - anzichè alla data di pubblicazione del provvedimento di liquidazione - alla data di interruzione del giudizio (o, comunque, alla data di richiesta di integrazione del contraddittorio).

Quanto,poi, alla declaratoria di improponibilità della domanda, va rilevato come l'art. 22 della L.990/69 prima, ed il codice delle Assicurazioni Private poi, hanno previsto, nei confronti delle imprese assicuratrici in bonis, come condizione di proponibilità dell'azione, l'invio della richiesta di risarcimento danni ed il decorso di un determinato periodo di tempo (sessanta o novanta giorni).

Orbene, i ricorrenti, nel giudizio conclusosi con la sentenza in esame, hanno, prima di introdurre lo stesso, adempiuto a tale formalità con la conseguenza che, ab origine, si è concretizzata una cristallizzazione della proponibilità della domanda che non poteva essere, in seguito, vanificata e messa nuovamente in discussione (tempus regit actum).

Tale considerazione corrobora la tesi innanzi sostenuta secondo la quale non è possibile equiparare e confondere i termini di cui ai citati artt. 287 e 289 del D.Lgs. 209/2005 dato che solo i primi - e non i secondi - costituiscono condizione di proponibilità della domanda (in pratica, solo nel caso previsto dall'art. 287, di fronte ad un provvedimento di liquidazione, tutto ricomincia daccapo: si invia la richiesta di risarcimento (seppure già inviata alla compagnia in bonis), si attendono i sei mesi perchè l'impresa è in LCA, si introduce il giudizio nel quale si accerterà, preliminarmente, la proponibilità della domanda, ovvero se sono stati rispettati i termini previsti (sei mesi) dalla legge: tale condizione dell'azione, una volta accertata, non verrà, nel corso della causa messa più in discussione).

Infine, ritenendo come valido il principio - affermato dal Tribunale - secondo il quale la prosecuzione del giudizio corrisponde con il deposito del ricorso riassuntivo, allora sotto l'aspetto pratico al povero danneggiato non rimane altra soluzione se non quella di abbandonare il giudizio (durante il quale la compagnia convenuta è stata posta in lca): come potrebbe, infatti, attendere i sei mesi e, nello stesso tempo rispettare il dettato dell'art. 305 c.p.c ("Il processo deve essere proseguito o riassunto entro il termine perentorio di tre mesi dall'interruzione, altrimenti si estingue")?

Tutto diventa, probabilmente, più semplice se si sostiene la tesi secondo la quale se il legislatore ha disciplinato, in apposito articolo, la fattispecie del provvedimento di liquidazione che interviene nel corso del giudizio allora:

- il termine di cui all'art. 289 CdA (a differenza di quello di cui al precedente art. 287) non è condizione di proponibilità della domanda ma unicamente un termine, di carattere organizzativo, concesso in favore della compagnia decotta;

- nessuna ulteriore richiesta di risarcimento danni è tenuto a formulare il danneggiato ai fini della proponibilità (già sussistente) della domanda;

- il termine di sei mesi di cui all'art. 289 - concesso una tantum - è destinato a scomparire con il decorso del tempo avendo il legislatore fatto decorrere il medesimo dalla pubblicazione del provvedimento di liquidazione e non da altro evento;

- sotto l'aspetto pratico, interrotto il giudizio, il danneggiato dovrà, entro il termine perentorio di tre mesi previsti dall'art. 305 (così come novellato dalla L. 18.06.2009, n. 69, in vigore dal 04.07.2009), riassumerlo nei confronti della impresa designata, territorialmente competente, dalla Isvap, ex art. 286 D.Lgs.209/2005, alla gestione dei sinistri a carico del Fondo di Garanzia per le Vittime della Stada, in persona del legale rapp.te p.t. e della società in LCA in persona del commissario liquidatore chiedendo, nel contempo, che il Giudice nel decreto di fissazione di udienza, tenuto conto del tempo già trascorso (dalla pubblicazione del decreto di liquidazione), conceda l'ulteriore termine necessario al passaggio dei sei mesi, oltre i termini di comparizione.

E' auspicabile, comunque, de iure condendo, una norma chiarificatrice ovvero un intervento della Suprema Corte destinato a precisare la portata ed il significato delle norme esaminate.

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Ultimo aggiornamento Domenica 04 Marzo 2012 10:13  
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