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Ferita da fuochi d'artificio: responsabilità del Comune (M.Cuomo)

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Esercizio di attività pericolosa: gara di fuochi pirotecnici. Mancanza di idonea attività di vigilanza e di prevenzione da parte dell’Ente preposto. Responsabilità solidale, ex art.2055 c.c., dei “fuochisti” e del Comune (Giudice di Pace Ottaviano - sentenza del 15.07.2011).



UFFICIO DEL GUDICE DI PACE DI OTTAVIANO

R E P U B B L I C A I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace DOTT.SSA. MARIA CUOMO, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa iscritta al n. 167/10 RGNR

Assegnata a sentenza il 30/6/11

promossa da

CCC ccc nata ad Aprilia il 26/11/84 e res. in <...> alla via <...>, 132 C.F. <...> elett.te dom.ta in <...> alla Via <...>, 95 presso lo studio degli Avv. <...> e <...> che la rappresentano e difendono giusta mandato a margine della citazione (i procuratori hanno dichiarato di voler ricevere ai sensi e per gli effetti degli artt. 133 u.co. 176 2° com c.p.c. come introdotti e modificati dalla legge 80/05, di voler ricevere le comunicazioni a mezzo fax al n. 081 000000);

C/

Comune di XXX, in persona del Legale Rappresentante p. t., rappresentato e difeso dall’ Avv. <...> C.F. <...> e presso il suo studio elettivamente domiciliato in <...>, alla via <...>, 6, giusta procura a margine della comparsa , in virtù di deliberazione di Giunta Comunale n° xxx del 22/12/2010; – convenuto -

OGGETTO: Risarcimento danni

CONCLUSIONI: Come da verbale.

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Preliminarmente si osserva che non si è proceduto alla redazione dello svolgimento del processo, in ossequio al nuovo art. 132 c.p.c. come novellato ex lege 69/09, entrata in vigore il 4/7/09.

La domanda proposta da CCC ccc con l’atto introduttivo del giudizio, notificato il 12/10/010 per l’udienza del 14/1/11 volta ad ottenere la declaratoria di responsabilità dell’AMMINISTRAZIONE COMUNALE di XXX nella determinazione dell’evento verificatosi in data 10/5/2010 alle ore 23.30 circa in XXX alla Via <...>, e, quindi, volta ad ottenere la condanna della parte convenuta, al risarcimento delle lesioni personali subite durante la gara di fuochi pirotecnici a causa dello spargimento di alcune schegge, è fondata e , per quanto di ragione, deve essere accolta.

La titolarità ad agire e a resistere delle parti in causa è stata idoneamente provata per cui si deve ritenere che il contraddittorio sia stato correttamente instaurato (cfr prova testimoniale e certificazione medica; mancato disconoscimento dell’evento da parte dell’Ente).

Innanzitutto va rigettata l’eccezione di nullità dell’atto introduttivo: La citazione contenendo, chiaramente, contrariamente a quanto ritenuto dal procuratore ella società assicuratrice, sia l’enunciazione del “petitum” che della “causa petendi” non è inficiata da nullità. Nel giudizio civile davanti al giudice di pace, il contenuto dell’atto di citazione è disciplinato esclusivamente dall’art. 318 c.p.c., il quale prescrive che, il medesimo deve contenere l’indicazione del giudice e delle parti, l’esposizione dei fatti e l’indicazione dell’oggetto in ottemperanza al principio di massima semplificazione delle forme. E’ anche possibile integrare i fatti già dedotti ed allegare fatti nuovi entro i limiti temporali previsti dall’art. 320 c.p.c. con la conseguenza che, l’atto di citazione deve ritenersi nullo, solo nel caso in cui, per la mancata o incompleta esposizione dei fatti, non è possibile la instaurazione del contraddittorio ( cass. Civ. I 30/4/2005 n. 9025; Conf,. Cass. Civ. I 13/4/05 n. 7685; Cass. Civ. III 4/6/2002 n. 8074).

Per la risoluzione della presente controversia vanno analizzate le norme che disciplinano l’esercizio delle attività pericolose e quelle sulla responsabilità.

In particolare, va esaminato il contenuto della disposizione di cui all’art. 2050 c.c. Tale norma dispone che chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

L’art. 2050 c.c. si inquadra all’interno del Titolo IX “Dei fatti illeciti”, che  disciplina, in prima battuta, la figura generale della responsabilità di cui all’art. 2043 c.c., dove la colpa ed il dolo sono criteri di imputazione della responsabilità, vale a dire, che diventano elementi costitutivi del  diritto al risarcimento del danno. Le fattispecie oggetto di disciplina del citato Titolo non si esauriscono con tale articolo ma  prevedono ulteriori e diverse forme di responsabilità: alcune delle quali ( ad es. gli arrtt. 2050, 2047, 2048 e 2054, primo comma del c.c.) reputano che la rilevanza del caso fortuito è superata dalla prova – prodotta dall’autore del fatto – di avere adottato tutti gli accorgimenti possibili e prevedibili per evitarlo; altre (art. 2051 e 2052 c.c.)  per le quali l’autore del fatto deve dimostrare l’esistenza del caso fortuito quale causa determinante dell’evento. Attraverso tale norma è stata concettualizzata una presunzione di responsabilità civile extra contrattuale dalla quale scaturisce l’onere,  a carico dell’esercente l’attività pericolosa, di dimostrare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. In merito all’onere della prova, va detto che, non è sufficiente dimostrare la prova negativa, che consiste nella affermazione di non avere violato regole scaturenti da norme positive o dettate dalla comune prudenza, ma occorre dimostrare di avere adottato tutte le misure possibili per impedire l’evento dannoso (c.d. prova positiva). Tale dimostrazione risulterà fondata solo qualora  si dimostri che tra l’attività pericolosa e l’evento dannoso non ci sia un nesso di causalità. Deve, a questo punto, rilevarsi che , manca nel nostro codice, una esaustiva elencazione di quelle che possono definirsi attività pericolose . Alla luce della giurisprudenza sul punto, però, si può ritenere che costituiscono attività pericolose e fonte di responsabilità e conseguente obbligo risarcitorio ex art. 2050 c.c., quelle attività che, per loro natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati comportano la rivelante probabilità del verificarsi di un danno, quale conseguenza non solo di un'azione ma anche di omissioni nell'adozione delle necessarie cautele ( tra le tante, Tr. Potenza n. . 62 del 20/1/2010). In ogni caso, l’accertamento, in concreto, in ordine alla pericolosità di un’attività, ai sensi dell'art. 2050 c.c., implica un accertamento di fatto, rimesso in via esclusiva al giudice del merito ed in quanto tale, insindacabile in sede di legittimità, ove correttamente e logicamente motivato. (Cass. Civ. III 19/1/2007 N. 1195 Co. App. Bari 1125 del 22/12/2008). Tenuto conto di quanto innanzi, appare chiaro come, talune attività sono pericolose in quanto tali (ad es. l’impiego di materiale esplosivo, la conduzione di una centrale termica, la gestione di informazioni elettroniche, ecc.) altre, invece, diventano pericolose a seguito dei mezzi, pericolosi appunto, con i quali vengono realizzate (ad es: l’assemblaggio di tavole di compensato di per sé non rientra nel novero delle attività pericolose ma può diventarlo allorché venga usato  un collante a base chimica che se inalato provoca bruciore agli occhi o, a maggior ragione, intossicazione). Allorquando si verifica un evento come conseguenza di una attività pericolosa, il danneggiato ha solo l’onere di provare l’esistenza del nesso causale tra l’attività pericolosa ed il danno subito; incombe invece sull’esercente l’attività pericolosa l’onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire il danno. Però pur trattandosi di una ipotesi attinente la presunzione di responsabilità (art. 2050 c.c.) e non una presunzione di colpa, occorre, comunque, che venga accertata l’esistenza del nesso eziologico tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso. Tale prova   è, certamente, a carico del danneggiato. L’esercente l’attività pericolosa non risponde del danno subito dal terzo qualora il comportamento di questi sia stato tale da “costituire una causa sopravvenuta da sola efficiente nella produzione dell’evento” oltre ad essere stato di per sé idoneo a troncare il nesso di causalità tra la condotta dell’esercente, l’attività pericolosa e il verificarsi del danno. A tale riguardo la Cassazione ha ribadito che , colui il quale esercita un’attività pericolosa ha l’onere di dimostrare di avere adottato “tutte le misure idonee ad evitare il danno”; pertanto, si ripete, non è ritenuta sufficiente la c.d. prova negativa di non avere violato la legge o le norme di comune prudenza ma bisogna offrire a prova positiva di avere impiegato ogni cura e misura atta ad impedire l’evento dannoso. L’accertamento del nesso eziologico, è di competenza del giudice di merito, così come la natura dell’attività e l’idoneità delle cautele prescritte dal legislatore. Ad avviso della suprema Corte, il giudice di merito è competente anche per giudicare la idoneità di quegli elementi la cui presenza è richiesta dalla norma e/o da regole non codificate e il suo giudizio deve basarsi sulla complessità degli indizi in modo da potere esprimere una valutazione ex ante. Chi pone in essere un’attività pericolosa, è tenuto ad organizzarla in forme tali che risulti scongiurata l’eventualità che la pericolosità si sostanzi in un danno concreto. La condotta del soggetto danneggiato ha effetto liberatorio solo se tale condotta, come detto, ha provocato una interruzione del nesso di causalità materiale. Tale concetto era  stato ribadito in una precedente pronuncia della suprema Corte (Cassazione, sentenza n. 6888/2005 nella quale si legge, “…la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2050 c.c. per le attività pericolose…può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, poiché è posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di ‘tutte le misure idonee ad evitare il danno’: occorre cioè dare anche la prova di avere impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso…di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra l’attività pericolosa e l’evento, e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa delle idoneità delle misure preventive adottate”. ) che ebbe modo di precisare che non è  sufficiente provare che la condotta del danneggiato o di terzi sia stata la causa  determinante per la produzione dell’evento dannoso ma occorre provare anche che sono stati adottati tutti gli accorgimenti idonei ad evitare il danno (In effetti, l’evento può essere imputato all’agente solo quando l’asserzione relativa all’esistenza del nesso di condizionamento soddisfa il requisito dell’alto grado di conferma o di credibilità, e tale requisito può considerarsi soddisfatto in tutte le ipotesi in cui il giudice abbia accertato che si siano verificate le relative condizioni iniziali, sempre che, sulla base dell’evidenza disponibile, risulti poco credibile che l’evento si sia realizzato per l’intervento di altri processi causali. ) . Il caso fortuito che fa venir meno la responsabilità dell’esercente l’attività pericolosa deve rientrare nel novero delle categorie riconducibili alla eccezionalità ed alla oggettiva imprevedibilità. Verificandosi il ‘caso fortuito’ la suprema Corte ha ritenuto che tale elemento rileva anche nell’ambito delle ipotesi di responsabilità oggettiva (Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 8457/2004, dove è scritto: ”…il caso fortuito…sebbene espressamente previsto come causa liberatoria solo nell’ipotesi di cui agli artt. 2051 e 2052 c.c., in effetti rileva in ogni ipotesi di responsabilità oggettiva, sulla base del principio generale che anche in queste ipotesi di responsabilità è necessario il nesso eziologico tra il fatto generatore e l’evento dannoso. La rilevanza del fortuito attiene, al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché all’attività pericolosa, che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Anche il fatto del danneggiato o del terzo può integrare il caso fortuito e quindi produrre effetti liberatori, sempre che per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa della inidoneità delle misure preventive adottate.”). Come è noto, il caso fortuito abbraccia tutti quei fattori causali, sopravvenuti, presistenti o concomitanti, che hanno reso eccezionalmente possibile il verificarsi di un evento che si presenta come conseguenza del tutto inverosimile secondo la migliore scienza ed esperienza. Ecco, il motivo per il quale la ricorrenza del caso fortuito esclude il rapporto di causalità. Poiché l’art. 2050 c.c. costituisce un caso di ‘norma aperta’ è necessario fare riferimento alla casistica giurisprudenziale per individuare, a priori, le ipotesi di attività pericolosa. La Cassazione nelle sue più recenti pronunce, ha ribadito che la attività pericolosa di cui all’art. 2050 c.c. va ascritta tra le ipotesi di responsabilità oggettiva [ cfr Cass. Civ. sez. III, sentenza n. 8457/2004  dove è detto: “L’esercente l’attività pericolosa è assoggettato alla presunzione di responsabilità ai sensi dell’art. 2050 c.c. in relazione ai danni cagionati nello svolgimento dell’attività, presunzione che lo stesso può vincere fornendo la dimostrazione di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Nella scelta di tali misure, egli dispone di un certo margine di discrezionalità, da esercitare facendo uso della normale prudenza e tenendo conto dello sviluppo della tecnica e delle condizioni pratiche in cui si svolge l’attività. Siffatta discrezionalità, peraltro, viene meno quando è la legge ad imporre l’obbligo di adottare talune misure. Pertanto, la presunzione di responsabilità opera nei confronti dell’esercente l’attività pericolosa che abbia adottato misure diverse da quelle prescritte da norme legislative (o regolamentari), senza che vi sia alcuna possibilità, in tal caso, di valutarne l’idoneità] . Di conseguenza, nella ipotesi di danno conseguente all’esercizio dell’attività pericolosa, non è necessario accertarne l’elemento colposo ed a tale proposito è stata operata una distinzione rispetto alla fattispecie enunciata attraverso l’articolo 2051 c.c. ove si fa riferimento all’eventuale colposità del comportamento di chi ha delle cose in custodia (Art. 2051 c.c. Danno cagionato da cosa in custodia. “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”). Premesso, quindi, che determinate attività ( energia nucleare; guida di autoveicoli; responsabilità professionale), sono state sottratte a tale disciplina dallo stesso legislatore, quelle che vi possono essere ricondotte sono: la produzione e la distribuzione di energia elettrica ad alta tensione; la produzione e la distribuzione di gas in bombole; la produzione e la distribuzione del metano, l’attività pirotecnica (Cassazione civile, Sez. un., sentenza n. 2726/1991, che ha stabilito come, ai sensi dell’art. 57 T.U.L.P.S. è necessaria, per l’accensione dei fuochi d’artificio come per le altre attività pericolose indicate nello stesso articolo, la licenza dell’attività di pubblica sicurezza le cui attribuzioni in campo locale sono esercitate dal corpo dell’ufficio di pubblica sicurezza, o, in mancanza, dal sindaco; in tale veste il sindaco opera quale ufficiale del governo preposto alla salvaguardia della incolumità ed alla sicurezza dei cittadini, di conseguenza, se dall’accensione di fuochi d’artificio sia derivata lesione di un diritto soggettivo del privato, la pubblica amministrazione risponde in solido con il soggetto privato che ha acceso i fuochi);  l’impiego di armi e di esplosivi; le attività edilizie ed i lavori stradali; l’attività posta in essere dai medici di medicina trasfusionale e quella inerente la produzione di farmaci; l’attività sportiva, l’attività venatoria, ecc.

Ed è evidentemente pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 c.c., l’attività che risulti qualificata tale dalla legge di pubblica sicurezza o da altre leggi speciali nonché l’attività che, per la sua stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati, comporti la rilevante possibilità del verificarsi di un danno per la sua spiccata potenzialità offensiva. Per escludere la responsabilità non è sufficiente provare di non avere commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, bensì occorre  la prova positiva di avere impiegato ogni cura e misura atta ad impedire l’evento dannoso. La responsabilità dell’esercente un’attività pericolosa è identificabile quale responsabilità per rischio oggettivamente evitabile. E’, peraltro, pacifico sia in dottrina che in giurisprudenza che la presunzione di responsabilità per i danni derivanti dall’esercizio di attività pericolose opera anche nei confronti della pubblica amministrazione.

Tornando al caso che ci occupa, dovendosi ritenere pericolose le attività previste dall’art. 46 ss. Del T.u.l.p.s., non può che ritenersi assoggettata alla disciplina di cui all’art. 2050 c.c., l’accensione di fuochi pirotecnici, anche perché trattasi di una attività che comporta una rilevante probabilità (con riferimento ad un criterio statistico) del verificarsi di danni , per la sua natura e per le caratteristiche degli strumenti utilizzati (Cass. 90/7571).

In particolare, questa attività può essere generatrice di danni , non solo come conseguenza di un’azione, ma anche come conseguenza di una omissione di cautele, così come contestate alla P.A..

Nel corso del processo non risulta dimostrata alcuna violazione di norme di legge ma non risulta ugualmente fornita la prova del corretto assolvimento dell’obbligo di prevenzione (che avrebbe potuto escludere il nesso causale tra l’obbligo incombente sulla P.A. ed i danni riportati dalla CCC); per la qual cosa, considerato che la responsabilità dell’esercente un’attività pericolosa è identificabile anche quale responsabilità per rischio oggettivamente evitabile; ritenuto che la presunzione di responsabilità per i danni derivanti dall’esercizio di attività pericolose opera anche nei confronti della pubblica amministrazione non può che ritenersi sussistente l’obbligo in capo al Comune di XXX di risarcire i danni. Più specificamente, la responsabilità dell’Ente per quanto riguarda l’accensione di fuochi d’artificio, ai sensi del t.u.l.p.s. va ricondotta alla necessaria, così come per le altre attività pericolose, licenza -autorizzazione- dell’autorità di pubblica sicurezza, da parte dell’ufficio di pubblica sicurezza, ed in sua mancanza , del Sindaco il che comporta che, in caso di autorizzazione all’accensione dei fuochi, incombe sull’Autorità che ha rilasciato la licenza, l’obbligo di sorvegliare il corretto espletamento della attività . L’accensione dei fuochi pirotecnici che comporti un danno a terzi e, pertanto, una lesione di un diritto soggettivo privato alla propria incolumità, ha come conseguenza una responsabilità solidale ex art. 2050 c.c. tra l’Autorità di pubblica sicurezza e colui che ha acceso i fuochi.

Detto questo, nella valutazione della fondatezza della richiesta di risarcimento proposta dalla parte attrice solo nei confronti dell’Ente comunale, va richiamato anche il contenuto dell’art. 2055 c.c. il quale dispone che: “Se il fatto dannoso è imputabile a più persone tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno. Colui che ha risarcito il danno ha regresso contro ciascuno degli altri nella misura determinata dalla gravità della rispettiva colpa e dall’entità delle conseguenze che ne sono derivate. Nel dubbio , le singole colpe si presumono uguali.”

Conseguentemente, stante la prova del fatto storico ( cioè l’esercizio dell’attività pericolosa - gara di fuochi pirotecnici); provata la mancanza di idonea attività di vigilanza e di prevenzione da parte dell’Ente preposto ( cfr dichiarazione resa dal teste. “… la zona di valle delle delizie non era transennata; non vi erano cartelli che impedivano l’accesso ai pedoni… non c’erano vigili del fuoco, né organizzatori); le conseguenze dannose tra il comportamento omissivo , il fatto e le conseguenze dannose ( cfr deposizione “ vidi una ragazza che si lamentava … era finita una scheggia dei fuochi d’artificio nell’occhio della ragazza…), non può che ritenersi la responsabilità solidale dei “fuochisti” con l’Ente e non può che condannarsi ex art. 2055 c.c. il Comune di XXX, quale obbligato solidale, al risarcimento dei danni in favore della parte lesa.

Per quanto alla quantificazione del danno il procuratore di parte attrice si è rimesso alla valutazione del sottoscritto magistrato che, in effetti, data la loro natura ed entità non ha ritenuto di avvalersi di un ausiliario. Preso atto, quindi, della documentazione medica esibita ed in particolare tenuto conto del certificato di pronto soccorso del 11/5/010 nel quale si legge la seguente diagnosi “ustione congiuntivale ” con prognosi di giorni 5; visti i successivi certificati del Dott. Vincenzo CCC del 15/5/2010 con prognosi di giorni 10 e del 27/5/2010 dell’ASL NA 3 SUD , con prognosi di ulteriori giorni 10; Considerata l’assenza di ulteriori indagini diagnostiche e ritenuta la mancanza di postumi ( non accertati nemmeno da un medico di parte) questo Giudice ritiene giusto quantificare l’ammontare del danno riportato dalla CCC nella seguente misura:

gg. 5 di ITT ; gg. 10 di ITP al 50% e gg. 10 di ITP al 25% .

Ai fini della quantificazione delle stesse, viste le tabelle di liquidazione introdotte dall’art . 5, co. 2, della legge 57/2001 aggiornate dal D.M. Sviluppo Economico del 27/5/010; e la impossibilità di riconoscere il danno morale in considerazione della mancanza di prova specifica sul punto (alla luce della pronuncia della Cassazione a sezioni unite) si ritiene che il danno debba essere così liquidato:

Danno Biologico Temporaneo

Inabilità assoluta : € 44,28 x 5 gg € 221,40

Inabilità parziale al 50%: € 44,28 x 10 gg x 50% € 221,40

Inabilità parziale al 25%: € 44,28 x 10 gg x 25% € 110,70

Totale € 553,50

Sulla somma così come riconosciuta andranno calcolati gli interessi, che giusta pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Sent. n. 1712/95, nella quale si legge che l’orientamento giurisprudenziale di conteggiare sulla somma rivalutata gli interessi a far tempo dal dì dell’evento finisce con il produrre una iniqua locupletazione in favore del danneggiato il quale ha diritto agli interessi quale compensazione per la mancata disponibilità del controvalore in danaro del bene oggetto della lesione - controvalore che all’inizio è rappresentato dalla sorta capitale via via rivalutantesi), vanno calcolati non sulla somma liquidata all’attualità, bensì sulle somme esprimenti il danno al momento del sinistro, nonché sulle somme relative ai periodi intermedi tra la data dell’evento dannoso ed il momento della decisione, rivalutate in base agli indici medi.

Gli interessi, pertanto, vanno calcolati sulla minor somma corrispondente a quella liquidata all’attualità (ottenuta dividendo detta somma per il coefficiente ISTAT relativo alla data del fatto), via via annualmente rivalutata sulla base degli indici ISTAT, dalla data del fatto a quella della presente sentenza, con esclusione degli interessi sugli interessi.

Dalla data di pubblicazione della sentenza sulla somma così come liquidata all’attualità, devono aggiungersi gli interessi legali sino al soddisfo.

Le spese di lite devono essere poste a carico della parte soccombente e mancando la nota spese, sulla scorta del DM 127/2004, vanno liquidate come da dispositivo; stante, poi, la dichiarazione resa dal Procuratore della parte attrice, esse gli vanno attribuite per averle anticipate e per averne chiesto l’attribuzione ex art. 93 c.p.c..

P.Q.M.

Il Giudice di Pace, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da CCC ccc contro il Comune di XXX in persona del Sindaco p.t. così provvede:

Accoglie la domanda e per l’effetto condanna la parte convenuta , al pagamento in favore dell’attore della somma, all’attualità, di Euro 553,50 oltre interessi da calcolarsi come in motivazione.

Condanna l’Ente convenuto, al pagamento delle spese del giudizio che, tenuto conto delle tariffe attualmente vigenti, liquida in complessivi € 780,00, di cui € 30,00 per spese; € 450,00 per diritti ed € 300,00 per onorari, oltre IVA e CPA nonchè rimborso forfettario ex art. 15 L.P. che vanno attribuite al procuratore AVV. CCC stante la richiesta di distrazione.

Così deciso in Ottaviano il 15/7/11.

IL GIUDICE DI PACE

DOTT.SSA MARIA CUOMO

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