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Il danno biologico ed il danno morale (M.Cuomo)

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Il danno biologico ed il danno morale: Profili giurisprudenziali e criteri di liquidazione (Avv. Maria Cuomo - Giudice di Pace di Ottaviano)

 

 


  • Liquidazione del danno biologico:

Invalidità permanente

Invalidità Temporanea


 

Introduzione

Fino alla prima metà degli anni Sessanta, il concetto giuridico di danno alla persona aveva un’accezione prevalentemente economica. Questo è quanto si evince dal Codice Civile del 1942, nel quale si leggeva che l’individuo, in quanto titolare di un patrimonio (valutabile sulla base di un criterio economico-contabile), poteva invocare la tutela giuridica, qualora il predetto patrimonio avesse subito un danno (ex art. 2043), nella forma della perdita subita e/o del mancato guadagno (lucro cessante, ex art. 1223).

La normativa contenuta nel Codice del 1942 contemplava anche il risarcimento del danno morale (c.d. pecunia doloris) derivante dal reato (ex artt. 2059 c.c. e 185 c.p.), purché fosse sussistente un patema d’animo o un dolore psicofisico anche senza postumi invalidanti . Il risarcimento, quindi, assurgeva alla funzione di “pretium doloris”, vale a dire di compensazione pecuniaria del dolore subito. Il risarcimento del danno morale, tuttavia, spettava solo in quanto collegato ad un danno patrimoniale: venivano esclusi da qualunque forma di tutela giuridica, quindi, i soggetti non produttori di reddito (casalinghe, anziani, bambini, disoccupati).

In tale sistema normativo è dato di ravvisare un evidente contrasto con quanto disposto dall’art. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”) e dell’art. 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”) della Costituzione ed è evidente come fosse del tutto trascurata la violazione dell’art. 32 (tutela della salute).

È evidente, infatti , che in tema di risarcimento del danno non si dava importanza all’essere umano in quanto tale, bensì all’homo economicus, con evidente riferimento al legame tra individuo e produttività.

Nei primi anni Settanta, qualcosa comincia a cambiare: la dottrina e la Giurisprudenza inaugurano una lunga stagione di pronunce, che incentrano l’attenzione sulla tutela della persona in quanto tale, prescindendo dalla sua capacità di produrre reddito.

Il primo a pronunciarsi in tal senso fu il Tribunale di Genova che, con la sentenza del 25/05/1974, stabilì che il danno alla persona riguardava sia l’ambito professionale, che le attività extralavorative e ricreative, giacché è attraverso queste ultime che l’individuo realizzava la propria personalità.

Cinque anni più tardi, con la sentenza n. 88 del 26 luglio 1979, la Corte Costituzionale contribuì ulteriormente all’affermarsi di questo rinnovato concetto di danno alla persona, sancendo testualmente che la salute è un “diritto fondamentale, primario ed assoluto dell’individuo, il quale, in virtù del suo carattere privatistico, è direttamente tutelato dalla Costituzione (art. 32) e, nel caso di sua violazione, il soggetto può chiedere ed ottenere il giusto risarcimento, in forza del combinato tra il medesimo articolo costituzionale e l’art. 2059 del codice civile”. Nella stessa pronuncia, la Corte precisò che la tutela del bene salute andava estesa anche alle situazioni che comportavano la lesione di interessi non economici. In questa nuova ottica, il risarcimento del danno alla persona ebbe a perdere il suo legame esclusivo con l’aspetto reddituale per riferirsi a chiunque avesse subito una lesione da parte di terzi, includendo, pertanto, anche quelle categorie sociali, fino ad allora, escluse.

La sentenza n. 88/79 ha il merito di aver valorizzato il disposto dell’art. 32 della Costituzione, sebbene essa sembra ricondurre il danno alla salute nell’ambito dei danni non patrimoniali, risarcibili solo ai sensi dell’art. 2059. Tuttavia tale sentenza è importante perché ha costituito il precedente di una successiva pronuncia della Corte, considerata pietra miliare nel cammino del danno alla persona verso la sua attuale accezione giuridica e cioè della sentenza della Corte Costituzionale n. 184/86 che, tenuto conto del combinato disposto dell’art. 32 Cost. e dell’art. 2043 c.c., affermò chiaramente il diritto alla tutela giuridica del bene salute conferendo al danno biologico lo status di “tertium genus” rispetto ai danni patrimoniale e morale derivanti dal reato.

Il danno biologico (chiamato così per la prima volta proprio in questa sentenza) diventa evento costitutivo della lesione, quindi insito nella lesione : in altre parole, la prova della lesione è, in re ipsa, prova dell’esistenza del danno biologico.

Il danno patrimoniale ed il danno morale, invece, assumono la connotazione di danni-conseguenza, ulteriori rispetto al danno biologico.

Appare chiaro, quindi, come la “sentenza Dell’Andro” (dal nome del penalista che ne ha esteso il testo) abbia sdoganato il concetto di danno biologico aprendo la strada ad una diversa definizione del bene salute, nella cui accezione, a partire dal 1986 , sono state comprese tutte le “funzioni naturali afferenti al soggetto nel suo ambiente e aventi rilevanza biologica, sociale, culturale ed estetica, oltre che economica” (Cass. Sez. Lav. n. 7101/90).

Sicuramente, quindi, si può dire che con il mutato orientamento giurisprudenziale, con la individuazione della figura del “danno biologico", si è avuto il riconoscimento del diritto al risarcimento conseguente alla lesione dell’individuo in quanto essere umano e non quale soggetto capace di produrre reddito. Il criterio della produttività lo riscontriamo soltanto nella fase risarcitoria del danno biologico, perché tale elemento, insieme all’età e alle condizioni sociali e familiari del danneggiato, costituiscono gli “elementi di riferimento permanente” del metodo di liquidazione equitativa del danno (Cass., Sez. III, sentenza n. 6873/00).

Passando, quindi , alla situazione attuale, al fine di comprendere il concetto di danno biologico bisogna partire dalla premessa che l’integrità della persona è bene primario, che deve essere tutelato giuridicamente non solo quando la menomazione abbia compromesso, totalmente o parzialmente, definitivamente o temporaneamente, le capacità del soggetto di attendere alle sue ordinarie occupazioni produttive, ma in tutte le ipotesi in cui la menomazione abbia determinato un depauperamento del valore biologico dell’individuo.

Per impostare correttamente la problematica connessa al danno biologico è necessario dunque enunciare il postulato secondo il quale alla persona deve essere riconosciuto un valore patrimoniale, indipendentemente dallo svolgimento di un’attività lavorativa o produttiva.

L’uomo in quanto persona deve essere sempre tutelato dall’ordinamento giuridico a prescindere dal reddito o dal lucro che possa trarre dall’impiego delle sue energie fisiche o intellettive. La lesione di natura biologica è di per sé un quid che intacca l’integrità fisica o psichica dell’uomo e costituisce quindi un danno che deve essere giuridicamente riparato, allorquando sia la conseguenza di un comportamento doloso o colposo imputabile ad altri. Il diritto di ogni persona alla salute, intesa in senso ampio come integrità fisiopsichica, è riconosciuto e protetto in tutti gli ordinamenti giuridici.

Nel nostro ordinamento vanno ricordate le seguenti principali disposizioni: art. 32 della Costistuzione; artt. 2043 e 2059 del codice civile; artt. 581, 582, 590 del codice penale; le norme sulla tutela del lavoratore contenute nella L. 300/70; la L. 833/78, istitutiva del servizio sanitario nazionale e le successive modifiche.

Ripeto che anche la Corte costituzionale nella sentenza n. 88 del 1979 ebbe ad affermare che il bene della salute risulta direttamente tutelato dall’art. 32 della Costituzione non solo nell’interesse della collettività, ma anche e soprattutto come diritto fondamentale dell’individuo, sicché si configura come un diritto primario ed assoluto, pienamente operante anche nei rapporti tra privati.

Secondo la Corte di Cassazione, così come riportato nella Sentenza 12/05/2006, n. 11039 "Il danno biologico consiste nelle ripercussioni negative, di carattere non patrimoniale e diverse dalla mera sofferenza psichica, della lesione psicofisica. In particolare, la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l'applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, quali le cosiddette "tabelle" (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorché non rientrino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, né risultano recepite in norme di diritto, come tali appartenenti alla scienza ufficiale del giudice."

Parte della dottrina, invece, premettendo una diversa nozione di danno patrimoniale, ritiene che la salute è un bene valore che fa parte del patrimonio del soggetto e la sua violazione, qualora sia imputabile ad altri a titolo di dolo o di colpa, deve dar luogo al risarcimento del danno il quale, considerato in se stesso, prescindendo dalle sue eventuali ripercussioni psichiche, non può non avere che natura patrimoniale (ALPA).

Risarcimento del danno biologico

Storicamente al fine del risarcimento del danno biologico si sono succedute diverse posizioni dottrinarie e giurisprudenziali.

Secondo una prima impostazione, allorquando si doveva accertare l’entità del danno patrimoniale subito da una persona che svolgeva attività lavorativa retribuita, doveva essere applicato il criterio fondato sul reddito del danneggiato. Non si riteneva che tale criterio fosse in contrasto con l’art. 3 della Costituzione perché, se è vero che ai sensi dell’art. 36 della medesima Carta Costituzionale, la retribuzione era commisurata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, non poteva permanere alcun dubbio in ordine al fatto che il danno, incidente su attività lavorative diverse e su redditi diversi, dovesse essere risarcito in modo diverso.

Si osservò che il criterio di valutazione basato sul guadagno da solo non era sufficiente ai fini della liquidazione del danno dovendosi valutare anche la percentuale di invalidità provocata.

Nell’ipotesi in cui il danneggiato non godeva di reddito lavorativo si parlava di reddito figurato che, per la casalinga si calcolava in base alla sua collaborazione nella famiglia, per il disoccupato in base alla prospettive di lavoro, per il bambino in base al costo della sua educazione e del suo allevamento. In questa ipotesi, però, si propose di applicare per analogia l’art. 4 legge 27 febbraio 1977 n. 39, secondo il quale i criteri di liquidazione del danno alla persona erano due: il primo, fondato sulla capitalizzazione del reddito di lavoro; il secondo, valevole quando il soggetto non aveva reddito, imponeva di porre a fondamento del calcolo, un reddito comunque non inferiore a tre volte l’ammontare annuo della pensione sociale.

Questa impostazione fu criticata perché, se il diritto alla salute doveva essere considerato come voce autonoma, al di là delle conseguenze che la violazione aveva prodotto sull’attitudine ad esprimere reddito, non si poteva ammettere che una medesima lesione portasse a somme risarcitorie assai distanti tra loro proprio per effetto dell’eccessivo (se non unico) rilievo del reddito percepito. Si trattava, in effetti, di un criterio destinato a riprodurre in sede di risarcimento quelle disuguaglianze economico-sociali che è l’art. 3 della Costituzione intendeva rimuovere

Avverso la soluzione differenziata per reddito effettivo o presumibile del danneggiato, si è formata la giurisprudenza genovese , con le sentenze degli anni 74-75 . Con tali pronunce, nell’attuare un criterio egualitario per età e per sesso, è stata utilizzata la nozione di reddito nazionale pro capite. Si è affermato che il danno alla salute in sé considerato doveva essere valutato e quindi liquidato in termini esattamente uguali per tutte le persone, salvo a tener conto delle rispettive età, e a tal fine si era indicata la possibilità di far riferimento al reddito medio nazionale, l’ultimo ufficialmente noto al momento in cui si doveva operare la liquidazione.

Sotto la spinta di proposte dottrinarie, diversa è stata la strada intrapresa dalla giurisprudenza toscana che, ribadendo ora la necessità di risarcire la menomazione in quanto tale ora l’autonomia concettuale del danno alla salute, ha sottolineato l’opportunità di una liquidazione equitativa. Questa indubbiamente aveva il vantaggio della flessibilità e del maggior adeguamento alle esigenze e circostanze della fattispecie concreta, ma aveva bisogno di essere precisata. Invero la liquidazione equitativa non poteva consistere in un’operazione arbitraria, ma in una valutazione discrezionale, che tenesse conto delle particolarità esistenziali della persona, cioè di quelle esigenze connaturate alla sua personalità ed attinenti quindi al suo libero sviluppo ( ad esempio , maggiore sarà il danno alle orecchie per un musicista). In tal modo la liquidazione del danno è stata fortemente individualizzata, personalizzata, senza però far riferimento, almeno in via principale, al reddito di lavoro.

Tuttavia il ricorso all’equità ha determinato ingiustificate disparità di trattamento, a seconda dei principi adottati da ciascun singolo giudice , tanto è vero che si sono avute liquidazioni diverse anche in relazione a casi analoghi (RODOTA’).

Per ovviare a tale inconveniente la giurisprudenza di merito milanese elaborò e diffuse delle tabelle di calcolo, frutto di un’operazione di ricerca compiuta da presidenti e giudici di varie sezioni interessate. Queste tabelle sono nate dal confronto tra i vari criteri elaborati dai giudici di tribunale che si sono occupati della materia del danno alla persona con l’intento di affermare criteri uniformi di liquidazione per superare le diversità dei parametri usati presso vari uffici e per eliminare le conseguenti incertezze tra gli operatori e le possibili disparità di trattamento.

Il tema del risarcimento del danno è stato ed è in continua evoluzione .

Si può dire ormai raggiunto il convincimento in base al quale, in caso di lesione alla persona il risarcimento del danno va liquidato prendendo in considerazione innanzitutto il danno biologico in senso stretto, inteso come menomazione della integrità psicofisica, in sé considerata, prescindendo dagli ulteriori riflessi economici, da valutare nel rispetto del principio di uguaglianza, in quanto il bene salute è riconosciuto dalla Costituzione a tutti gli individui in misura eguale (artt. 2 e 3).

Data l’importanza di raggiungere criteri univoci che potessero garantire il rispetto dei principi costituzionali riportati negli articoli 2 e 3 , anche i legislatore è intervenuto in materia , ed oggi, la definizione del dnano biologico è contenuta nel codice delle assicurazioni, decreto legislativo del 7 settembre 2005 n. 209, laddove agli articoli 138 e 139 si legge che per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica una incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

Liquidazione del danno biologico

Nel concreto il danno biologico viene liquidato con riferimento a due voci:

1. La invalidità temporanea che consiste nel numero di giorni necessari per la guarigione e per il ritorno alla normale attività. Si ricorda che la Corte di Cassazione, con la sentenza 15385/2010, confermando un precedente orientamento, si è pronunciata per l'esclusione della liquidazione della invalidità temporanea a seguito di un sinistro, se nel frattempo il danneggiato ha regolarmente percepito le retribuzioni. «..questa Corte Suprema ha affermato, nulla compete a titolo di risarcimento del danno da invalidità totale temporanea al lavoratore che - rimasto infortunato per fatto illecito del terzo - abbia continuato a percepire durante il periodo di invalidità l’intera retribuzione dal proprio datore di lavoro, dato che, sotto questo specifico profilo, nessuna diminuzione si è prodotta nella sfera patrimoniale dell’infortunato, salva restando la prova, a carico del lavoratore, di avere subito altri pregiudizi economici (Cass. 11 ottobre 1995 n. 10597, 15 aprile 1993 n. 4475, 10 ottobre 1988 n. 5465 ed altre)».

2. La invalidità permanente che viene, ormai, liquidata con riferimento, appunto, al "danno biologico", uguale per ogni cittadino, da determinarsi con riferimento a requisiti consistenti nella età della danneggiata e nel grado di invalidità permanente (cd. punti). La confluenza in un ipotetico diagramma dei detti requisiti determina l'importo dovuto. Il danno biologico si riferisce non solo ai danni fisici, ma anche ai danni psichici. Tali danni psichici, ad esempio, sono valutati nella ipotesi di decesso di una persona e della influenza che tale decesso abbia avuto nella psiche dei familiari.

L’art. 138 del codice delle assicurazioni espressamente dispone: “Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro delle attività produttive, con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro della giustizia, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica: a) delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra dieci e cento punti; b) del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità comprensiva dei coefficienti di variazione corrispondenti all'età del soggetto leso. 2. La tabella unica nazionale è redatta secondo i seguenti principi e criteri: a) agli effetti della tabella per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito; b) la tabella dei valori economici si fonda sul sistema a punto variabile in funzione dell’età e del grado di invalidità; c) il valore economico del punto è funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato cresce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi; d) il valore economico del punto è funzione decrescente dell’età del soggetto, sulla base delle tavole di mortalità elaborate dall’ISTAT, al tasso di rivalutazione pari all’interesse legale; e) il danno biologico temporaneo inferiore al cento per cento è determinato in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno. 3. Qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali, l’ammontare del danno determinato ai sensi della tabella unica nazionale può essere aumentato dal giudice sino al trenta per cento, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato. 4. Gli importi stabiliti nella tabella unica nazionale sono aggiornati annualmente, con decreto del Ministro delle attività produttive, in misura corrispondente alla variazione dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall'ISTAT”.

L’art. 139 dello stesso codice nella sua originaria formulazione recitava : “1. Il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, è effettuato secondo i criteri e le misure seguenti:

a) a titolo di danno biologico permanente, è liquidato per i postumi da lesioni pari o inferiori al nove per cento un importo crescente in misura più che proporzionale in relazione ad ogni punto percentuale di invalidità; tale importo è calcolato in base all'applicazione a ciascun punto percentuale di invalidità del relativo coefficiente secondo la correlazione esposta nel comma 6. L'importo così determinato si riduce con il crescere dell'età del soggetto in ragione dello zero virgola cinque per cento per ogni anno di età a partire dall'undicesimo anno di età. Il valore del primo punto è pari ad euro seicentosettantaquattro virgola settantotto; (1)

b) a titolo di danno biologico temporaneo, è liquidato un importo di euro trentanove virgola trentasette (1) per ogni giorno di inabilità assoluta; in caso di inabilità temporanea inferiore al cento per cento, la liquidazione avviene in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno.

2. Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

3. L'ammontare del danno biologico liquidato ai sensi del comma 1 può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.

4. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con il Ministro della giustizia e con il Ministro delle attività produttive, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra uno e nove punti di invalidità.

5. Gli importi indicati nel comma 1 sono aggiornati annualmente con decreto del Ministro delle attività produttive, in misura corrispondente alla variazione dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall'ISTAT.

6. Ai fini del calcolo dell’importo di cui al comma 1, lettera a), per un punto percentuale di invalidità pari a 1 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,0, per un punto percentuale di invalidità pari a 2 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 3 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,2, per un punto percentuale di invalidità pari a 4 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,3, per un punto percentuale di invalidità pari a 5 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,5, per un punto percentuale di invalidità pari a 6 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,7, per un punto percentuale di invalidità pari a 7 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,9, per un punto percentuale di invalidità pari a 8 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 9 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,3.

Con l’evidente intento di intervenire ai fini della contrazione dei costi dei sinistri con lievi danni alla persona, il Parlamento ha approvato due emendamenti che incideranno in modo radicale sul sistema di risarcimento del danno alla persona.

Con la Legge 24 marzo 2012, n. 27, infatti, in sede di conversione del D.L. 1 del 24 gennaio 2012 sono state apportate due aggiunte alla normativa vigente in tema di danno alla persona,

In particolare nel testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale (GU n. 71 del 24-3-2012 - Suppl. Ordinario n. 53) si legge che all’art. 32 del decreto legge dopo il comma tre sono stati aggiunti i seguenti periodi di testo identificati come 3 ter e 3 quater:

3-ter. “Al comma 2 dell'articolo 139 del codice delle assicurazioni private di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e' aggiunto, in fine, il seguente periodo: "In ogni caso, le lesioni di lieve entità', che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente";

3-quater. “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all'articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e' risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l'esistenza della lesione.”

Le due disposizioni, collocate in contesti disciplinari separati, non appaiono ben coordinate fra loro e sono poco chiare, alla luce di una apparente contraddizione terminologica. risultando pienamente giustificate le critiche svolte parte di taluni che hanno vanamente osservato:

“Al riguardo si ritiene opportuno un chiarimento della portata delle disposizioni, considerando che le due norme presentano un campo di applicazione comune, ma sembrano contenere profili contradditori. Infatti, mentre il comma 3-ter esclude il risarcimento del danno biologico “permanente” nel caso in cui le lesioni non siano suscettibili di “accertamento clinico strumentale obiettivo”, il comma 3-quater ammette il risarcimento (senza specificare se a titolo di danno biologico permanente o temporaneo) qualora vi sia un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente” o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione.”

È evidente l’intento di vincolare il risarcimento del danno biologico permanente previsto dalla tabella ministeriale emanata in ossequio all’articolo 139 del codice delle assicurazioni, alle sole ipotesi in cui la lesione sia stata riscontrata in referti di diagnostica per immagini, negando valenza alla prassi di semplificazione della valutazione legata esclusivamente al riscontro delle sintomatologie soggettive.

Le semplici dichiarazioni della vittima di sinistro stradale che lamenti sintomi dolorosi non riscontrabili obiettivamente in una patologia clinica non porteranno alla liquidazione del danno biologico tabellare di legge.

Non credo che la legge possa essere disattesa e diversamente interpretata. Semmai diviene difficile comprendere il raccordo tra il nuovo comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni e il comma 3-quater dell’articolo 32 del Dl 1/2012 come convertito dalla legge 27/2012 che, diversamente dal comma precedente, dispone che il “danno alla persona” da microlesione è risarcito solo «a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza di una lesione».

Nella prima disposizione, dunque, il danno biologico è risarcito solo in presenza di un accertamento clinico strumentale obiettivo, mentre nella seconda il medico legale (figura non contemplata dal precedente comma) può valutare strumentalmente ma anche“visivamente” la sussistenza della lesione.

Va detto che le norme in materia di micro permanenti introdotte in sede di conversione di decreto legge siccome estranee all’oggetto dello stesso decreto appaiono inserite , in violazione del contenuto dell’art. 77 Cost. ( del resto la Corte costituzionale con la sentenza 22/2012 del 13/02/2012, nel verificare «se risultava evidente o meno la carenza del requisito della straordinarietà del caso di necessità e d’urgenza di provvedere»e la «evidente estraneità» della norma censurata rispetto alla materia disciplinata da altre disposizioni del decreto-legge in cui essa era inserita (sentenza n. 171 del 2007; in conformità, sentenza n. 128 del 2008) ha effettivamente ritenuto di accogliere il ricorso proposto da alcune Regioni dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, nella parte in cui introduce i commi 5-quater e 5-quinquies, primo periodo, nell’art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile . Sul punto va detto che la urgente necessità del provvedere può riguardare una pluralità di norme accomunate dalla natura unitaria delle fattispecie disciplinate, ovvero anche dall’intento di fronteggiare situazioni straordinarie complesse e variegate, che richiedono interventi oggettivamente eterogenei, afferenti quindi a materie diverse, ma indirizzati all’unico scopo di approntare rimedi urgenti a situazioni straordinarie venutesi a determinare. Da quanto detto si trae la conclusione che la semplice immissione di una disposizione nel corpo di un decreto-legge oggettivamente o teleologicamente unitario non vale a trasmettere, per ciò solo, alla stessa il carattere di urgenza proprio delle altre disposizioni, legate tra loro dalla comunanza di oggetto o di finalità. Ai sensi del secondo comma dell’art. 77 Cost., i presupposti per l’esercizio senza delega della potestà legislativa da parte del Governo riguardano il decreto-legge nella sua interezza, inteso come insieme di disposizioni omogenee per la materia o per lo scopo. L’inserimento di norme eterogenee all’oggetto o alla finalità del decreto spezza il legame logico-giuridico tra la valutazione fatta dal Governo dell’urgenza del provvedere ed «i provvedimenti provvisori con forza di legge», di cui alla norma costituzionale citata. Il presupposto del «caso» straordinario di necessità e urgenza inerisce sempre e soltanto al provvedimento inteso come un tutto unitario, atto normativo fornito di intrinseca coerenza, anche se articolato e differenziato al suo interno. La scomposizione atomistica della condizione di validità prescritta dalla Costituzione si pone in contrasto con il necessario legame tra il provvedimento legislativo urgente ed il «caso» che lo ha reso necessario, trasformando il decreto-legge in una congerie di norme assemblate soltanto da mera casualità temporale.

L’art. 15, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri) – là dove prescrive che il contenuto del decreto-legge «deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo» – pur non avendo, in sé e per sé, rango costituzionale, e non potendo quindi assurgere a parametro di legittimità in un giudizio davanti a questa Corte, costituisce esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell’art. 77 Cost., il quale impone il collegamento dell’intero decreto-legge al caso straordinario di necessità e urgenza, che ha indotto il Governo ad avvalersi dell’eccezionale potere di esercitare la funzione legislativa senza previa delegazione da parte del Parlamento.

Secondo la Corte i cosiddetti decreti “milleproroghe”, che, con cadenza ormai annuale, vengono convertiti in legge dalle Camere, sebbene attengano ad ambiti materiali diversi ed eterogenei, devono obbedire alla ratio unitaria di intervenire con urgenza sulla scadenza di termini il cui decorso sarebbe dannoso per interessi ritenuti rilevanti dal Governo e dal Parlamento, o di incidere su situazioni esistenti – pur attinenti ad oggetti e materie diversi – che richiedono interventi regolatori di natura temporale. Del tutto estranea a tali interventi è la disciplina “a regime” di materie o settori di materie, rispetto alle quali non può valere il medesimo presupposto della necessità temporale e che possono quindi essere oggetto del normale esercizio del potere di iniziativa legislativa, di cui all’art. 71 Cost. Ove le discipline estranee alla ratio unitaria del decreto presentassero, secondo il giudizio politico del Governo, profili autonomi di necessità e urgenza, le stesse ben potrebbero essere contenute in atti normativi urgenti del potere esecutivo distinti e separati. Risulta invece in contrasto con l’art. 77 Cost. la commistione e la sovrapposizione, nello stesso atto normativo, di oggetti e finalità eterogenei, in ragione di presupposti, a loro volta, eterogenei. La necessaria omogeneità del decreto-legge, la cui interna coerenza va valutata in relazione all’apprezzamento politico, operato dal Governo e controllato dal Parlamento, del singolo caso straordinario di necessità e urgenza, deve essere osservata dalla legge di conversione. Il principio della sostanziale omogeneità delle norme contenute nella legge di conversione di un decreto-legge è pienamente recepito dall’art. 96-bis, comma 7, del regolamento della Camera dei deputati, che dispone: «Il Presidente dichiara 32 inammissibili gli emendamenti e gli articoli aggiuntivi che non siano strettamente attinenti alla materia del decreto-legge». Si deve ritenere che l’esclusione della possibilità di inserire nella legge di conversione di un decreto-legge emendamenti del tutto estranei all’oggetto e alle finalità del testo originario non risponda soltanto ad esigenze di buona tecnica normativa, ma sia imposta dallo stesso art. 77, secondo comma, Cost., che istituisce un nesso di interrelazione funzionale tra decreto-legge, formato dal Governo ed emanato dal Presidente della Repubblica, e legge di conversione, caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare rispetto a quello ordinario.

Per quanto detto, considerato che, anche le modifiche apportate al codice delle assicurazione sono del tutto estranee alla materia e alle finalità del decreto legge, modestamente ritengo che esse sono costituzionalmente illegittime, per violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost.

Per quanto mi è dato di sapere, è stata sollevata la questione di illegittimità costituzionale della norma ma non saprei dire tra quanto la Corte potrebbe essere chiamata a decidere.

In ogni caso, sostanzialmente , le modifiche introdotte dal legislatore sono state annunciate come interventi volti a “non pagare più i colpi di frusta” al dichiarato scopo, quindi, di consentire alle imprese assicurative “risparmi” ipoteticamente finalizzati alla “riduzione dei premi assicurativi”.

Devo dire, conformemente a quanto sostenuto da altri avvocati e magistrati che hanno commentato queste nuove disposizioni che nel sistema giuridico italiano, dove vige il principio del chi rompe paga (art. 2043 codice civile), se chi rompe è il proprietario di un veicolo assicurato per la responsabilità civile (l’art. 1917 codice civile recita : Nell’assicurazione della responsabilità civile l’assicuratore e obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione, deve pagare a un terzo, in dipendenza della responsabilità dedotta nel contratto (2952). Sono esclusi i danni derivanti da fatti dolosi (2767). L’assicuratore ha facoltà, previa comunicazione all’assicurato, di pagare direttamente al terzo danneggiato l’indennità dovuta, ed e obbligato al pagamento diretto se l’assicurato lo richiede. Le spese sostenute per resistere all’azione del danneggiato contro l’assicurato sono a carico dell’assicuratore nei limiti del quarto della somma assicurata. Tuttavia, nel caso che sia dovuta al danneggiato una somma superiore al capitale assicurato, le spese giudiziali si ripartiscono tra assicuratore e assicurato in proporzione del rispettivo interesse. L’assicurato, convenuto dal danneggiato, può chiamare in causa l’assicuratore (1932; Cod. Proc. Civ. 196) e se chi rompe ed è obbligato a risarcire i danni, ha anche l’obbligo di assicurare (art. 122 cod. ass.) il proprio veicolo, chi viene danneggiato da quel veicolo assicurato ha il diritto - che nessuno può negare, anche in forza della normativa comunitaria - di farsi risarcire ( e non già indennizzare) direttamente dall’assicuratore, esercitando se del caso l’azione diretta (art. 144 cod. ass.) nei confronti della compagnia del civile responsabile.

L’obbligo di stipulare la garanzia RC auto non è stato inserito nel nostro ordinamento quale “aiuto allo stato” ma è stato introdotto per garantire i danneggiati e le vittime della strada atteso che, solo con un sistema di RC obbligatoria, i danneggiati hanno la garanzia di ottenere sempre e comunque un risarcimento che, diversamente, non sarebbe loro garantito, soprattutto nell’ipotesi in cui il responsabile del sinistro stradale sia un soggetto non solvibile.

Per questo , considerato che solo per i danni conseguenti ai sinistri automobilistici è prevista questa limitazione nel risarcimento, tale limitazione non può ritenersi legittima perché il risarcimento dei soggetti lesi a causa della circolazione stradale non possono ottenere un risarcimento che abbia natura ed entità differente rispetto a ogni altro risarcimento per fatto illecito.

Non sono quindi giustificabili le pressioni e le pretese delle società di assicurazione volte ad ottenere una normativa più favorevole che, di fatto comprima il diritto dei danneggiati ad ottenere un risarcimento del danno alla persona nella stessa misura degli altri danneggiati tutelati dai generali criteri della responsabilità civile, dal momento che anche la garanzia rc auto prevista dall’art.122 del codice delle assicurazioni rientra tra le quelle disciplinate all’art. 1917 del codice civile e che, come tale, non ammette franchigie o limitazioni di sorta.

Ricordo che la polizza rc auto, per disposizione codicistica, garantisce l’assicurato responsabile di quanto questi in conseguenza del fatto del quale è responsabile deve pagare al terzo danneggiato.

Tornando, quindi, alle norme sopra richiamate ritengo che il legislatore, ovvero colui che, materialmente ha predisposto il testo divenuto legge, ha fatto un pessimo lavoro: anche se si era prefissato l’obiettivo di non risarcire più i postumi permanenti da distrazione del rachide cervicale, peraltro, come detto solo nel caso di incidente automobilistico , ha lasciato immutata la definizione di danno biologico del primo comma del 139 del codice delle assicurazioni per cui tale danno resta ancora definito come la“lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” ed in quanto tale va risarcito.

Si tratta di una definizione che ha avuto capacità espansiva ben oltre il settore della rc auto come definitivamente consacrato dalla Cassazione a Sezioni Unite nelle note sentenze di “S.Martino” cioè nelle sentenze, intervenute nel mese di Novembre dell’anno 2008 che hanno limitato la liquidazione del danno non patrimoniale . Poiché dunque non è mutata la definizione di danno biologico rimane sempre compito del medico legale accertare la eventuale esistenza di un danno permanente e/o temporaneo quale esito di una lesione alla integrità psicofisica di un soggetto.

Non è stata introdotta nessuna norma tale da costringere la medicina legale ad utilizzare criteri difformi rispetto a quelli validati dalla comunità scientifica: resta ovviamente conforme alla norma procedere con il consueto accertamento valutativo.

Diversamente da quanto preteso dalle società assicuratrici, ritengo che siccome le disposizioni dell’art. 139 non siano dirette ai medici, gli stessi medici debbano valutare i postumi soggettivi secondo i vigenti barhemes ministeriali ex dpr 2003 richiamando la valutazione ivi prevista (<2%) chiarendo se tale valutazione sia suscettibile o meno di “accertamento clinico strumentale obiettivo”.

Risarcimento del danno morale .

Il danno morale soggettivo è la più antica voce di danno non patrimoniale derivante dalla tradizione romanistica, ed è la voce di più facile individuazione ricomprendente il c.d. “pretium doloris”, inteso come transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima e, in casi specifici, anche il danno conseguente alla perdita di dignità della persona in fattispecie particolarmente gravi quali la violenza carnale, il genocidio, etc. (Nell’attuale assetto ordinamentale assume posizione preminente la Costituzione, che, all'art. 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, con la conseguenza che il "danno non patrimoniale", di cui all'art. 2059 cod. civ., non può più essere identificato (secondo la tradizionale, restrittiva lettura dell'art. 2059 stesso, in relazione all'art. 185 cod. pen.) soltanto con il danno morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento dell'animo transeunte, determinati da fatto illecito integrante reato, ma va inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui si verifichi un'ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, costituzionalmente garantito, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettivi di valutazione economica, - Cass. civ., 19.08.2003, n. 12124, in Resp. civ. prev., 2004, 233, con nota di SCARPELLO-).

Il danno morale va distinto dal danno esistenziale: il primo attiene alla sfera interna personale del danneggiato ed alla sua sensibilità emotiva, mentre il danno esistenziale fa anche riferimento all’ambiente esterno ed al modo di rapportarsi con esso del soggetto leso, nell’estrinsecazione della propria personalità che viene impoverita o lesa. Occorre, nell’ambito della distinzione delle varie voci di danno non patrimoniale, evitare il c.d. accorpamento delle voci di danno all’interno di uno di essi, in quanto genera confusione concettuale sul contenuto delle singole voci e costituisce un rimedio confuso e ontologicamente scorretto alla possibile duplicazione delle voci di danno, contribuendo, anzi, ad accrescere tale incertezza, dovendosi distinguere le singole voci di danno, individuandone il contenuto e liquidando le compromissioni areddittuali per ciascuna posta risarcitoria, avendo presente il danno complessivo subito dalla vittima, senza ricorrere ad automatici meccanismi semplificativi. Solamente per le lesioni di modesta entità (c.d. micropermanenti) si ritiene possibile una unitaria liquidazione del danno non patrimoniale che tenga complessivamente conto di tutte le ripercussioni areddittuali subite dal danneggiato.

Va segnalato un contrasto tra la seconda e la terza sezione della Corte di Cassazione, in ordine la riconoscimento del danno morale in quanto ancora si richiede, da parte della seconda sezione, l’accertamento da parte del giudice civile dell’accertamento del fatto reato,anche se autonomo rispetto a quello del giudice penale (Ritengono i giudici della Seconda sezione che il giudicato di assoluzione è idoneo a produrre effetti preclusivi - quanto all'accertamento che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso - nel giudizio civile solo quando contenga un effettivo, specifico e concreto accertamento circa l'insussistenza del fatto o l'impossibilità di attribuire questo all'imputato, non quindi quando è solo escluso l'elemento soggettivo. L'accertamento contenuto in una sentenza penale irrevocabile di assoluzione, pronunciata "perché il fatto non costituisce reato" non ha efficacia di giudicato, ai sensi dell'art. 652 cod. proc. pen., nel giudizio civile di danno, nel quale, in tal caso, compete al giudice il potere di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio, e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all'esito del processo penale, Cass. civ., 7.12.2007, n. 25646; cfr anche Cass. civ., 14.02.2006, n. 3193 ) mentre la terza sezione afferma, con orientamento consolidato che il danno non patrimoniale conseguente alla ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, non è soggetto, ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all'art. 185 cod. pen. e non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, ben evidenziandosi che il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale (Cass. civ., 6.8.2007, n. 17180; Cass. civ.,14.06.2007, n. 13953 Cass. civ., 24.04.2007, n. 9861 ).

L’orientamento della seconda sezione ritiene che il giudicato penale di assoluzione (“perché il fatto non costituisce reato”), non necessariamente preclude l’azione civile di richiesta di danno morale nei confronti di chi era imputato di reato colposo (nella fattispecie omicidio) spettando al giudice il potere di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio, e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all'esito del processo penale, ritenendosi, implicitamente, necessario, l’accertamento, sia pure in via autonoma, da parte del giudice civile dei profili di illiceità del fatto, idonei alla imputazione di responsabilità civile, in quanto l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato” non esclude che possa configurare illecito civile.

Il decreto di impromuovibilità dell'azione penale (adottato ai sensi dell'art. 408 e segg. cod. proc. pen.) non impedisce che lo stesso fatto venga diversamente definito, valutato e qualificato dal giudice civile, stante il principio dell'indipendenza delle azioni penale e civile introdotto con la riforma del rito penale, poiché, a differenza della sentenza, la quale presuppone un processo, il provvedimento di archiviazione ha per presupposto la mancanza di un processo e non dà luogo a preclusioni di alcun genere, né ha gli effetti caratteristici della cosa giudicata, Cass. civ., 21.10.2005, n. 20355)

Effettuata tale valutazione, ove si tratti di interesse costituzionalmente garantito, si ritiene che nessun altra valutazione debba effettuare il giudice di merito ai fini della risarcibilità del danno morale.

Mentre la terza sezione della Corte di Cassazione è orientata in tal senso, la seconda sezione, pur ritenendo che la risarcibilità del danno non patrimoniale non richiede che il fatto illecito integri in concreto un reato, ritiene, tuttavia che occorra pur sempre che il fatto stesso sia astrattamente preveduto come tale e sia, pertanto, idoneo a ledere l'interesse tutelato dalla norma penale; sicché, ai fini del risarcimento di detto danno, l'inesistenza di una pronunzia del giudice penale non costituisce impedimento all'accertamento da parte del giudice civile della sussistenza degli elementi costitutivi del reato (Cass. civ., 19.10.2007, n. 22020 ).

Tale impostazione, pur ritenendo superato l’orientamento giurisprudenziale in base al quale il giudicato penale di assoluzione neutralizza ogni azione civile di richiesta di danno morale nei confronti di chi era imputato di omicidio colposo sposta dal giudice penale al giudice civile l’accertamento degli elementi costitutivi del reato, asseritamene ancora necessari per il riconoscimento del danno morale e del danno non patrimoniale in genere. Tale orientamento riecheggia il precedente emerso dal trittico di sentenze della Suprema Corte (n. 7281-7282-7283 del 12 maggio 2003) che riconoscono il danno non patrimoniale anche in caso di “colpa civilisticamente presunta”, se il fatto, ove la colpa sia provata, possa qualificarsi, anche in astratto, come reato (Alla risarcibilità del danno non patrimoniale "ex" artt. 2059 cod. civ. e 185 cod. pen. non osta il mancato positivo accertamento della colpa dell'autore del danno, se essa, come nel caso di cui all'art. 2051 cod. civ., debba ritenersi sussistente in base ad una presunzione di legge e se, ricorrendo la colpa, il fatto sarebbe qualificabile come reato, Cass. civ., 12.05.2003, n. 7281 con nota di NAVARRETTA, Danni non patrimoniali: il dogma infranto e il nuovo diritto vivente, in Foro it., 2003, I, 2274; per il commento alle sentenze della Cassazione, n. 7282.03 e n. 7283.03, affermanti il medesimo principio, si citano per la prima, ex plurimis, ZIVIZ, E poi non rimase nessuno, in Questa Rivista, 2003,703 e per la seconda, PONZANELLI, Danno non patrimoniale: responsabilità presunta e nuova posizione del giudice civile, in Danno resp., 2003, 713) .

Ritengono i giudici di Piazza Cavour che, se la colpa fosse sussistente, il fatto integrerebbe il reato ed il danno non patrimoniale sarebbe dunque risarcibile e, quindi la non superata presunzione di colpa altro non significa che essa agli effetti civili sussiste, sicché il fatto senz'altro corrisponde anche in tale ipotesi alla fattispecie astratta di reato (Vengono qui in considerazione, evidentemente, soltanto gli effetti civili della condotta dell'autore del danno e non anche le conseguenze penali, ovviamente connesse all'effettivo positivo accertamento della colpa, essendo sconosciuto al sistema penale il meccanismo, esclusivamente proprio del diritto civile, di una presunzione legale circa la sussistenza di un elemento del fatto (tra l'altro collegata all'inversione dell'onere della prova, inconcepibile al di fuori del sistema civile). Ma proprio per la insopprimibile diversità degli ambiti, sembra del tutto improprio frustrare gli scopi di una disposizione, qual è l'art. 2059, che non mira a punire il responsabile ma a consentire il risarcimento del danneggiato dal fatto illecito anche se leso in interessi non economici, operandone un'interpretazione del tutto antinomica rispetto all'esigenza alla quale il sistema in cui è inserita palesemente si ispira: quella, appunto, di rendere possibile il risarcimento del danno anche se la prova della colpa sia raggiunta grazie ad una presunzione legale (artt. 2050.2054 c.c.). Del resto la presunzione, legale o non che sia, in altro non si risolve che nella prova del fatto ignoto. Dunque, se il fatto ignoto da provare è l'elemento soggettivo dell'illecito, in esito al ricorso alla presunzione quell'elemento è provato. E se, nella ricorrenza dell'elemento soggettivo, il fatto costituisce reato, risulta provato il reato. Certo solo sul piano delle conseguenze civili; ma su tale piano sarebbe arbitraria la diversificazione, quanto agli effetti della prova, delle modalità attraverso le quali essa è raggiunta, Cass. civ., 12.05.2003, n. 7283, cit ; in senso contrario, si era ritenuto che presupposto necessario per il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno morale, ai sensi degli artt. 2059 cod. civ. e 185 cod. pen., è l'accertamento del fatto come reato, il cui elemento soggettivo è lo stato psicologico dell'autore di esso, da accertare in concreto e non in base ad una presunzione legale di responsabilità, Cass. civ.,14.03.2002, n. 3728)

Tuttavia la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. operata dalla terza sezione della Cassazione rende ultroneo qualsiasi altro accertamento di fattispecie astratta o concreta di reato, ove sia riscontata la lesioni di valori costituzionali inerenti la persona giacché il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale (Il danno non patrimoniale, alla luce dell'articolo 2 cost., che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, non può più essere identificato, secondo la tradizionale restrittiva lettura dell'articolo 2059 cod. civ. in relazione all'articolo 185 cod. pen., soltanto con il danno morale soggettivo, sicché, nell'ambito del danno non patrimoniale rientra, oltre al danno morale subiettivo nei casi previsti dalla legge (la sofferenza contingente ed il turbamento dell'animo transeunte, determinati da fatto illecito integrante reato), anche ogni ipotesi in cui si verifichi un'ingiusta lesione di valori della persona costituzionalmente garantiti, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, senza soggezione al limite derivante dalla riserva di legge correlata principalmente all'articolo 185 cod. pen. Cass. civ., 24.04.2007, n. 9861) .

La giurisprudenza della S.C. è giunta alla conclusione che il danno non patrimoniale conseguente alla ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, non è soggetto, ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all'art. 185 c.p., e non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, giacché il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale (cfr, in proposito le fondamentali Cass. civ. nn. 8827 e 8828 del 2003 (Tale indirizzo è stato già affermato dalla Cassazione che ha rilevato, in linea con la sentenza in commento, che Il danno non patrimoniale, conseguente all'ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona costituzionalmente garantito, non è soggetto (come già statuito fin dalle sentenze n. 8827 e n. 8828 del 2003), ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all'art. 185 cod. pen. e non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, giacché il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della legge fondamentale, in tema di diritti inviolabili relativi alla persona non aventi natura economica. Cass. civ.,14.06.2007, n. 13953).

Non è, quindi, necessario, distinguere, ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale, nel caso in cui vi sia stata assoluzione in sede penale, la causale (perché “il fatto non costituisce reato”, perché “l’imputato non lo ha commesso”, perché “il fatto non sussiste”, etc), né ricercare in sede civile, anche in mancanza di processo penale, una astratta fattispecie di reato, essendo sufficiente due diversi requisiti: 1) il fatto illecito; 2) la lesione di valori costituzionali inerenti la persona. L’esistenza e l’esito del processo penale non assumono più alcun valore, rispetto alla diversa impostazione ante 2003, ove in presenza di un giudicato penale di assoluzione, era precluso al giudice civile il risarcimento del danno non patrimoniale agli eredi della vittima.

Quindi, il principio innovatore è costituito dal risarcimento del danno morale, in favore del soggetto danneggiato per lesione del valore della persona umana costituzionalmente garantito, che prescinde dall'accertamento di un reato in suo danno. Ciò comporta che, a seguito di tale lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 cod. civ., il risarcimento del danno morale subiettivo conseguente alla lesione del bene salute, tutelato dall'art. 32 Cost., non è limitato ai soli casi in cui sussista un'ipotesi di reato (Cass. civ., 20.10.2005, n. 20323, in Arch. giur. circ. sin. 2006,14). Ne consegue che, in tema di causa attinente all'accertamento della responsabilità da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, spetta al giudice civile stabilire, con piena libertà di giudizio, se nei fatti emersi, e legittimamente ricostruiti in modo difforme dall'avviso del giudice penale, siano ravvisabili gli estremi di delitti colposi, anche ai fini della risarcibilità del danno non patrimoniale, tutelato dall'art. 2059 cod. civ., fermo restando in ogni caso che il danno non patrimoniale (riconducibile al danno morale soggettivo implicante il patema d'animo o la sofferenza contingente), che consegua all'ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, è risarcibile anche se il fatto non sia configurabile come reato.

Appare, quindi, necessario un revirement della seconda sezione della Suprema Corte su tale questione apparendo superflua la remissione alle Sezioni Unite della Cassazione di tale, più apparente che sostanziale, contrasto, stante ormai la consolidata linea evolutiva della giurisprudenza di legittimità.

Appare anacronistico ed antistorico l’art. 2059 cod. civ., non essendo più legato alla funzione punitiva penale che ne aveva giustificato e legittimato l’applicazione, essendo venuta meno la funzione repressiva originariamente collegata al danno non patrimoniale che tende sempre più ad assumere la funzione di danno “neutro” collegato ai valori inerenti alla persona, esteso a svariate situazioni in cui non si ravvisa alcuna violazione di norma penale, come nel caso di mancato rispetto del termine di ragionevole durata del processo (l. 24.3.201, n. 89, art. 2), ingiusta privazione della libertà personale a seguito dell’esercizio di funzioni giudiziarie (l. 13.4.1988, n. 117, art 2), adozione di atti discriminatori per motivi etnici o razziali (D. Lgs. 25.7.1998, n. 286, art. 2), impiego di modalità illecite nella raccolta dei dati personali (l. 31.12.1996, n. 675, art. 29, comma 9).

Come già evidenziato il processo di costituzionalizzazione del codice civile, anche in mancanza di fatto reato consente, di interpretare le relative norme alla luce dei principi fondamentali della stessa Carta Costituzionale che devono trovare, comunque, applicazione nel nostro ordinamento giuridico, verificandosi, altrimenti, la mancata applicazione della Carta costituzionale.

Nel caso del danno morale può validamente invocarsi l’art. 32 della Costituzione che “tutela la salute quale fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” La stessa Corte di Cassazione che ha indicato una chiave di lettura costituzionale dell’art. 2059 c.c. (Cass. civ.,n. 8827 e 8828 del 31.5.2003), ribadita dalla corte Costituzionale che ha ritenuto (“per relationem”) corretta l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c..

Il precetto costituzionale, anche per il danno morale, così come per il danno biologico, consente di fondare un sistema completo di garanzia del principio generale del “neminem laedere”, inteso quale tutela integrale della violazione di un diritto fondamentale dell’individuo, tutelabile, senza limitazioni risarcitorie, ex art 2059 c.c.. che, interpretato ed applicato, per il danno morale, alla luce dell’art. 32 della Costituzione, va esteso fino a ricomprendere la risarcibilità anche di tutti i danni connessi alla violazione della norma costituzionale.

Diverso è il fondamento del danno non patrimoniale nel caso di inadempimento contrattuale che trova il proprio fondamento normativo nell’art. 1174 c.c. che prevede che la prestazione che forma oggetto della obbligazione …”deve corrispondere a un interesse, anche non patrimoniale, del creditore, ammettendone, implicitamente, il risarcimento, indipendentemente dalla sussistenza di un reato e, quindi, il danneggiato da un inadempimento contrattuale potrà sempre richiedere il risarcimento del danno non patrimoniale contrattuale, indipendentemente dalla sua entità; l’ eventuale antieconomicità di un’azione recuperatoria fungerà da filtro dissuasivo, inducendo il danneggiato a non promuovere giudizi risarcitori se il danno non raggiunge una soglia minima, ma, in termini generali ed astratti, qualunque danno, a seguito di violazione contrattuale, sia patrimoniale che non patrimoniale, ove provato dovrà essere risarcito. Costituisce,ad esempio, danno risarcibile, anche con la class action,introdotta dalla legge finanziaria del 2008, per un pendolare, il continuo ritardo dei treni, le soppressioni di corse, le carrozze eccessivamente affollate, la sporcizia dei treni, trattandosi di lesione di contenuto contrattuale del viaggiatore che, avendo stipulato un contratto di trasporto, ha diritto da parte delle Ferrovie al rispetto dell’orario ed a viaggiare in condizioni di “normalità”.

Produce un effetto antisociale ed antieducativo negare ogni pretesa risarcitoria, lasciando a carico del danneggiato e non del danneggiante il danno subito, ancorché di non rilevante valore economico, in quanto disincentiva quest’ultimo dal porre in essere le opportune misure riparatrici al proprio comportamento illecito.

Letto l’art. 139 ci si chiede se la tabella normativa prevista dall'articolo 139 prevede anche la liquidazione di quella voce di danno riguardante la sofferenza psichica, cioè la vecchia figura del danno morale soggettivo. Nel caso in cui si dovesse ritenere che la tabella legale non comprenda anche la vecchia categoria del danno morale, si pone l'ulteriore problema di procedere a una liquidazione separata, sostanzialmente disattendendo i principi affermati dalle Sezioni Unite in tema di unitarietà del danno non patrimoniale. In questo caso il giudice dovrebbe liquidare, unitamente ai valori monetari previsti dalla legge, una somma ulteriore per garantire l'integrale risarcimento del danno alla salute (in questo senso Tribunale Milano, n. 2334 del 2009). La questione è stata anche posta all’attenzione della Corte costituzionale poiché il dato letterale dell'articolo 139 non consentirebbe al giudice la possibilità di adeguare la liquidazione del danno alla fattispecie concreta a causa dell’individuazione di un limite invalicabile al risarcimento. La Cassazione si è recentemente espressa (Cass. N. 19816/10) affermando che "La parte danneggiata da un comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, ai sensi dell'art. 2059 cod. civ., i quali debbono essere liquidati in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)". Le sentenze della Corte di Cassazione a S.U. n. 26972 e 26973/2008 - così come riportato nella indicata sentenza - confermano tale principio, disponendo, però, che non è ammessa la creazione di diverse tipologie autonome e a sè stanti di danno non patrimoniale (ed in particolare di quella del danno c.d. esistenziale), per attribuire una specifica somma in risarcimento di ognuna, ma che il giudice deve comunque tenere conto - nel liquidare l'unica somma spettante in riparazione - di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (danno alla vita, alla salute, ai rapporti affettivi e familiari, sofferenze psichiche, ecc.). La questione riguardava il precedente articolo 5 della legge n. 57 del 2001, precisando che il legislatore in quell'occasione si era limitato a dettare i criteri di liquidazione del danno biologico, senza escludere che il giudice di merito potesse integrare quella liquidazione per risarcire anche le sofferenze morali subite dal danneggiato. Sulla stessa questione, Cass. 7.6.2011 n. 12408 che ha affermato che quando trova applicazione l'articolo 139 del Codice delle Assicurazioni, il danno va liquidato nei termini previsti dalla legge con possibilità, di aumento, in misura non superiore al 20% trattandosi di micro permanenti. Secondo l'opinione della Corte tale norma è imperativa e sarebbe preclusa la possibilità di una liquidazione del danno da sofferenza, anche con aumento dell'importo base in misura superiore al 20%. La sentenza numero 12408 del 2011 sembra affermare il principio secondo cui la liquidazione è soltanto quella prevista all'articolo 139 poiché la tabella normativa non aveva previsto la liquidazione del danno da sofferenza. Secondo altra impostazione, che trova conferma nella precedente sentenza della Cassazione n. 19816 del 2010 e in una serie di decisioni di merito, nel caso di liquidazione del danno ai sensi dell'articolo 139, la sofferenza morale, se sussistente, può essere risarcita appesantendo il punto di risarcimento biologico in relazione alla concreta sofferenza patita e tale modifica in aumento può superare i limiti previsti dall'articolo 138 e 139, che si riferiscono alla diversa personalizzazione dell'aspetto dinamico e relazionale del danno biologico, ma non anche al danno non patrimoniale, inteso come categoria generale (Tribunale Piacenza, 11 ottobre 2010 e altre).

Nell'ipotesi in cui invece il danno alla salute è conseguenza di fattispecie non disciplinata dall'articolo 139 troveranno applicazione le tabelle di Milano con la possibilità di determinare il pregiudizio relativo alla sofferenza morale nella misura indicata nelle tabelle. La recente decisione della Corte di Cassazione (2011) sembra contrastare l'orientamento della giurisprudenza di merito che applicava, anche alle fattispecie diverse dal Codice delle Assicurazioni, i parametri della tabella normativa facendo riferimento all’analogia o al criterio equitativo. Così, più di recente e dopo la decisione n. 12408/11, il Tribunale di Macerata (sentenza del 14 giugno 2011) nell'ambito di una materia diversa da quella disciplinata dal Codice delle Assicurazioni, ha applicato in via equitativa l'articolo 139 modificando, però, i parametri di legge con adeguamento personalizzato superiore a quello previsto dalla norma. Il passaggio interessante è quello secondo cui il limite del 20% previsto dalla disposizione riguarda solo la voce del danno biologico personalizzato, ma non anche il danno dà sofferenza morale e ciò sulla base di un’interpretazione costituzionalmente orientata. In sostanza, il legislatore del 2005 non poteva conoscere l'orientamento delle Sezioni Unite del 2008. Il Tribunale ha utilizzato la motivazione già sperimentata del riferimento ai parametri dell'articolo 139, non come applicazione analogica ma come valore equo del danno non patrimoniale, contestando i principi affermati dalla recente decisione della Cassazione numero 12408 del 2011 nella parte in cui la Corte esclude l’applicazione analogica dell'articolo 139 in considerazione della finalità della legge. Il Codice delle Assicurazioni, in sostanza, secondo la Corte ha ad oggetto il problema della liquidazione del danno biologico al fine del contenimento dei premi assicurativi e per tale ragione, non sarebbe applicabile in via analogica. Al contrario il giudice di merito ha ritenuto non ragionevole tale principio perché determinerebbe un trattamento risarcitorio differenziato al cospetto della medesima lesione all’integrità psicofisica, risultando del tutto irrilevante se la menomazione stata determinata da un veicolo a seguito di incidente stradale o, come nel caso di specie, da colpa medica. Con sentenza del 7 giugno 2011, n. 12408, la Cassazione ha affermato che per le micropermanenti conseguenza di fatti diversi dalla circolazione dei veicoli, il parametro di liquidazione non è quello previsto dalla legge, ma i valori indicati nelle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano. I valori di riferimento di tale Tribunale devono ritenersi equi e cioè in grado di garantire la parità di trattamento e possono essere applicati in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentarne o ridurne l’entità. La Cassazione ha anche affermato un principio processuale precisando che nel caso in cui il giudice di secondo grado abbia liquidato il danno in base a tabelle diverse da quelle milanesi, tale circostanza non consente, in ogni caso, la ricorribilità in Cassazione per violazione di legge (dove la norma violata è naturalmente l’art. 1226 c.c. in tema di liquidazione equitativa del danno), poiché sarà necessario l'ulteriore presupposto della deduzione della questione in maniera specifica davanti al giudice di merito. Secondo la Cassazione il principio dell'equità non costituisce soltanto la regola del caso concreto, ma anche lo strumento di uguaglianza attraverso il quale si garantisce la parità di trattamento per casi analoghi. Per assicurare l'equità dei risarcimenti, il parametro di valutazione può/deve essere costituito dai valori tabellari elaborati presso il Tribunale di Milano, da modularsi secondo le circostanze del caso concreto, evidenziando l’intollerabilità e la mancata rispondenza ai criteri di equità delle liquidazioni diverse presso i tribunali nonostante l’identità di lesioni subite. È evidente che la decisione della Cassazione ha sollevato un vespaio di critiche e apprezzamenti. Certamente la Corte ha condiviso l'aggiornamento operato dall'Osservatorio per la giustizia civile di Milano a seguito dei principi enunciati dalle Sezioni Unite modificando non solo la denominazione delle tabelle, che oggi si riferiscono al danno non patrimoniale derivante dalla lesione dell’integrità psicofisica, e non più dal danno biologico e che esprimono una vocazione nazionale poiché seguita dalla maggioranza dei tribunali della nazione. La Cassazione ha sostanzialmente affermato che nell'ipotesi di micro permanenti non conseguenti a incidente stradale la tabella di Milano deve trovare applicazione. Un’ulteriore e non secondaria conseguenza della sentenza della Cassazione numero 12408 riguarda il contenzioso che potrà confluire in Cassazione. Infatti, la Corte ha precisato che la mancata applicazione della tabella del Tribunale di Milano nel giudizio di appello non comporta automaticamente la possibilità di ricorrere in Cassazione per violazione di legge per il solo fatto che la Corte territoriale abbia liquidato importi inferiori rispetto a quelli milanesi. È richiesto oltre alla prospettata inadeguatezza della liquidazione, anche che la questione sia stata sollevata davanti al giudice di merito. La Cassazione, poi richiede un ulteriore elemento e cioè che la parte, quindi il difensore, abbia allegato materialmente le tabelle di Milano. In sostanza i presupposti per il ricorso in Cassazione divengono:

1. l’inadeguatezza della liquidazione operata dal giudice di merito rispetto alle tabelle di Milano;

2. che la questione sia stata posta in maniera esplicita nel giudizio di merito,

3. che le tabelle di Milano siano state versate in atti.

Registrando il polso della situazione deve prendersi atto che, la decisione adottata a giugno dalla Cassazione non viene percepita dai magistrati che si occupano di tali problematiche come un mutamento definitivo della Cassazione in tema di uniformità dei criteri di liquidazione e questo al di là dei campanilismi tabellari. D'altra parte nello stesso giorno la Corte ha emesso una sentenza che ha affermato un principio differente (Cassazione, 7 giugno 2011, numero 12273) precisando, sulla medesima questione della denunzia di violazione di legge per mancata applicazione delle tabelle di Milano, che il motivo era infondato, rientrando nell'assoluta discrezione del giudice di merito applicare o meno le tabelle in uso presso i singoli distretti di Corte d’Appello distribuiti sul territorio nazionale. In data 24 ottobre 2011 la Camera dei Deputati si è pronunziata sullo schema di decreto del Presidente della Repubblica relativo alla Nuova Tabella delle Menomazioni alla Integrità Psicofisica, comprese fra 10 e 100 punti d’invalidità e del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto, ai sensi dell'articolo 138 del Codice delle Assicurazioni. Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 3 agosto 2011 aveva approvato (subito dopo l’eco di Cass. n. 12408/11), su proposta del Ministro della Salute, tale schema di DPR. L'entrata in vigore di tale norma avrebbe determinato l'applicazione vincolante per tutti i giudici e, eventualmente (l'articolo 138 non contiene l’indicazione relativa ai sinistri stradali) in ogni contenzioso pendente al momento dell'entrata in vigore del provvedimento, della nuova disciplina, poiché lo schema di decreto non prevedeva una disciplina transitoria. Dall'esame dei parametri emerge un a riduzione media del 40% o 50% della misura del risarcimento del danno alla persona in caso di sinistro stradale rispetto ai parametri previsti dai maggiori uffici giudiziari. In data 17 settembre 2011 l’Organismo Unitario dell'Avvocatura aveva approvato una delibera che richiedeva al Governo di ritirare il provvedimento osservando l’anomala tempestività dell’adozione di tale strumento normativo subito dopo la decisione numero 12408 del 2011 della Corte di Cassazione. Il ministero della salute ha richiesto un parere al Consiglio di Stato il quale in data 17 novembre 2011 ha espresso una serie di rilievi critici allo schema di DPR relativo alla liquidazione delle macro lesioni. Il Consiglio di Stato ha evidenziato che mentre il regolamento, anche nella sua intitolazione, fa espresso riferimento alla disciplina delle macro lesioni in attuazione dell'articolo 138 del Codice delle Assicurazioni, nelle tabelle allegate compaiono anche gli importi relativi alle lesioni lievi, cioè quelle da uno a nove punti percentuali, già disciplinate da altro strumento attuativo della diversa disposizione dell'articolo 139. Ciò avrebbe determinato una inammissibile sovrapposizione di poste. Inoltre, secondo il Consiglio di Stato il significativo effetto calmieratore introdotto dalle nuove tabelle, con un abbattimento di circa il 50% del valore precedentemente riconosciuto, risulterebbe in contrasto con l'articolo 138 del Codice delle Assicurazioni che richiede che il criterio risarcitorio cresca in misura più che proporzionale rispetto all'aumento dei punti d’invalidità. Nel caso di mancata applicazione dell'articolo 138 alle lesioni diverse da quelle conseguenti alla circolazione stradale, il macro leso generico, liquidato sulla base delle tabelle giurisprudenziali dei tribunali, beneficerebbe di un risarcimento molto più generoso rispetto al suo sfortunato omologo, coinvolto in un sinistro stradale con un’aspettativa di risarcimento pari alla metà dell'altro danneggiato.

Per questo, almeno per ora, il Governo ha desistito dal procedere anche alla realizzazione di una tabella per le macrolesioni .

Connessa al riconoscimento del danno morale è la tematica relativa alla sua prova e al criterio di liquidazione, dovendosi accertare se, trattandosi di danno “evento”, conseguente alla accertata lesione di un diritto fondamentale dell’individuo, ne vada riconosciuta “la tutela risarcitoria (minima) a seguito della violazione del diritto costituzionalmente dichiarato fondamentale” (cfr in tema di danno biologico, Corte Cost., 14.7.1986, n. 184), oppure se occorra comunque, fornire la prova di tale danno.

Si ritiene che anche il pregiudizio di natura morale deve essere quantomeno allegato e solo previa puntuale indicazione potrà essere ritenuto sussistente anche in forza di presunzione. Il riconoscimento del danno non patrimoniale anche in mancanza di fatto reato non significa che tale danno vada liquidato automaticamente, occorrendo la prova del pregiudizio areddittuale richiesto.

Prescindendosi dalla prova delle altre voci di danno non patrimoniale (biologico ed esistenziale), anche il danno morale necessita, ai fini della liquidazione, della prova del relativo pregiudizio, potendo pur sempre il giudice far ricorso alla prova presuntiva, soprattutto in caso di lesioni fisiche, da cui trarre le conseguenza in ordine alle sofferenze subite dal danneggiato; pertanto potranno ritenersi presuntivamente le alterazioni, quale diretta conseguenza dell’illecito, rientranti nella sfera morale del danneggiato, solo in presenza di puntuali allegazioni ( È stata ritenuta sufficiente, ai fini della liquidazione del danno morale la prospettazione del turbamento psichico nei soggetti coinvolti nella diffusione di sostanze tossiche, in relazione alla notorietà di determinati eventi quali concorrenti nell'integrazione della prova dell'esistenza del danno morale, il quale può essere risarcito anche in assenza di un danno biologico o di un altro evento produttivo di danno patrimoniale. CACACE, Seveso e 5000 euro di paura (commento a Trib. Milano. I 9 .6.2003), in Danno resp., 2004, fasc. 75).

La prova per presunzione è, infatti, “mezzo di prova non relegato dall’ordinamento in grado subordinato nella cerchia delle prove, cui il giudice può far ricorso anche in via esclusiva” ( Cass. civ., S.U., 24.3.2006, n. 6572, CASS. CIV.,, 12.6.2006, n. 13546).

Va anche considerato che “la Costituzione europea colloca il danno morale sotto il valore universale della dignità umana (art.II-61), dotata di inviolabilità e di garanzia giurisdizionale e risarcitoria piena (art.II-107)“ ricollegando “la tutela del danno morale alla integrità morale della persona” (Cass. civ., 12.7.2006, n. 15760, Cass. civ.,, S. U., 26.1.2004, n. 1338, Cass. civ., 12.12. 2003, n. 19057). Naturalmente in fatto di danno morale occorrerà fare puntuale applicazione da parte del giudice del principio di ragionevolezza e ritenere, ad esempio provate, anche in base alla comune esperienza, oltre che a presunzioni, circostanze che non siano adeguatamente contrastate da altre prove contrarie (Cass. civ., 30.10.2007,n. 22884).

Trattandosi di un danno di natura interiore, areddituale, evidenti sono le difficoltà di prova di un pregiudizio di difficile esteriorizzazione anche a fini risarcitori.

Diverso è il caso ove il danno morale venga richiesto in mancanza ed a prescindere da lesioni fisiche, come nel caso di alterazioni psichiche o fatti di valenza pregnante quale illecito civile o penale, come, ad esempio, nella diffamazione.

Il criterio risarcitorio fin adesso adottato ha considerato il danno morale, quale pregiudizio pseudopermanente, mentre tale categoria del danno morale va rimeditata in quanto solitamente, soprattutto nelle lesioni di non rilevante entità (c.d. micropermannete), non solo non si ravvisa alcuna diminuzione dell’efficienza fisica duratura, ma anche le altre compromissioni non patrimoniali, compreso il danno morale, svaniscono in un arco temporale abbastanza breve.

Tale è il motivo per cui la stessa Corte Costituzionale, nella sentenza n. 233/07, ha definito tale danno “transeunte”.

Il significato di tale termine, non usuale nel nostro lessico, è “transitorio, fugace, passeggero, effimero, provvisorio, precario, temporaneo”, mentre il suo opposto è “permanente, immanente, stabile, fisso, perpetuo, eterno”.

Il danno morale, va, quindi, risarcito, quale pregiudizio transitorio, per l’arco temporale, variabile, anche ampio, in cui si manifesta, senza alcuna altra “aggiunta” (La lesione di valori della persona umana protetti dalla Costituzione, o da leggi speciali, o da norme imperative sui diritti umani, conseguente a fatto illecito, costituisce danno diretto non patrimoniale, risarcibile a norma dell'art. 2059 cod. civ. con valutazione equitativa (artt. 1226 e 2056 cod. civ.), perché il rinvio recettizio di detta norma "ai casi determinati dalla legge" non concerne soltanto l'ipotesi del danno morale soggettivo derivato dal reato, Cass. civ., 7.11.2003, n 16716, Arch. giur. circ.sin., 2004, 260.)

Diverso è il caso in cui le ripercussioni di natura morale siano ritenute permanenti in relazione alla entità e gravità dell’illecito.

La lesione di un diritto costituzionale non attribuisce al titolare il diritto al risarcimento del danno, anche senza necessità di prova specifica, poiché la prova dell’esistenza della lesione non significa che tale prova sia sufficiente ai fini del risarcimento, essendo ritenersi necessaria la prova ulteriore del verificarsi del danno.

Anche per il c.d. danno parentale (cioè il danno subito dai parenti della vittima), la generale enunciazione di cui all’art. 2697 cod. civ., in materia di onere della prova del danno presuppone che, ancorché il diritto sia riconducibile alla lesione di valori costituzionalmente garantiti, quali i diritti fondamentali della persona, il pregiudizio vada riconosciuto quando risultino, quantomeno, allegate le alterazioni specifiche dell’aspetto interiore della persona lesa quale conseguenza del fatto illecito altrui, da cui il giudice può desumerne, in base al suo prudente apprezzamento, elementi di prova anche in via presuntiva.

L’orientamento ritenente che la prova della lesione di un diritto costituzionale sia anche prova del danno, deve ritenersi ormai superato nel senso che la lesione non è mai “in re ipsa, in quanto la prova dell’esistenza della lesione non significa che tale prova sia sufficiente ai fini del risarcimento, essendo necessaria la prova ulteriore dell’entità del danno; anche la violazione di un diritto fondamentale attinente alla persona non attribuisce al titolare il diritto al risarcimento del danno, senza necessità di prova.

Non si richiede, né potrebbe ipotizzarsi, una prova rigorosa di un pregiudizio interiore ma la specificazione delle alterazioni di natura morale, di cui si chiede il ristoro e la prova, soprattutto quando si tratta di conseguenza normali della tipologia di eventi, può essere agevolata facendo ricorso alle presunzioni semplici, ai “fatti notori”, alle massime di “comune esperienza”.

In precedenza, una volta accertata la lesione fisica, il risarcimento del danno morale conseguiva quasi automaticamente, mentre oggi, anche per non creare disparità in ordine alla prova del danno non patrimoniale, i principi elaborati al riguardo dalla Corte di cassazione per il danno esistenziale e biologico, vanno estesi anche al danno morale, trattandosi, in tutti i predetti casi, di danno non reddituale.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, sull’onere della prova del danno esistenziale chiariscono che tale pregiudizio “essendo legato indissolubilmente alla persona e quindi non essendo passibile di determinazione secondo il sistema tabellare - al quale si fa ricorso per determinare il danno biologico, stante la uniformità dei criteri medico-legali applicabili in relazione alla lesione dell’integrità psico-fisica, necessita imprescindibilmente di precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze comprovanti l’alterazione delle sue abitudini di vita” (Cass. civ., S.U., 24.3.2006, n. 6572).

È necessaria l’allegazione puntuale “sull’oggetto e sul modo di operare dell’asserito pregiudizio, non potendo (il giudice) sopperire alla mancanza di indicazione in tal senso nell’atto di parte, facendo ricorso a formule standardizzate e sostanzialmente elusive della fattispecie concreta” e solo in presenza di tali puntuali indicazioni, il giudice può ritenere presuntivamente le alterazioni rientranti nella sfera del danno esistenziale quale diretta conseguenza dell’illecito nella sfera personale del danneggiato ( Il criterio presuntivo per il risarcimento del danno psichico, applicabile anche al danno esistenziale, viene prospettato da MONATERI, Risarcimento e danno presunto verso una teoria del “general damages,in Quadrimestre, 1990, 4).

Le medesime argomentazione vanno trasmodate anche alla prova del danno morale, valutando che il principio dell'onere della prova non implica che la dimostrazione dei fatti costitutivi del diritto preteso debba ricavarsi esclusivamente dalle prove offerte dal danneggiato, ben potendosi utilizzare altri elementi probatori acquisiti al processo ( Cass. civ., 11.5.2007, n. 10847).

Nel vigente ordinamento processuale vige, infatti, il principio di acquisizione secondo il quale le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale sono formate, concorrono tutte, indistintamente, alla formazione del convincimento del giudice senza che la diversa provenienza possa condizionare tale formazione in un senso o nell'altro e, quindi, senza che possa escludersi l'utilizzazione di una prova fornita da una parte per trarne elementi favorevoli alla controparte (Cass. civ., 11.5.2007, n. 10847; Cass. civ., 25.9.1998, n. 9592; Cass. civ., 16.6.1998, n. 5980; Cass. civ., 24.6.1995, n. 7201).

Occorrerà, naturalmente, prestare attenzione alle prove, soprattutto testimoniali, richieste in tema di prova del danno morale, soprattutto quando i testi a riprova delle alterazioni morali, sono familiari e amici, mentre il danneggiante, nella stragrande maggioranza dei casi, non è in grado di indicare testi a prova contraria, pur dovendosi considerare che sono proprio gli amici e i familiari le persone in grado di riferire delle ripercussioni dell’illecito nella sfera interiore del danneggiato.

L’utilizzo delle presunzioni semplici, sempre che siano allegate le compromissioni subite, appaiono lo strumento di prova più idoneo alla individuazione del pregiudizio morale, soprattutto nel caso di lesioni fisiche da cui individuare, quale logica conseguenza, quelle morali, in quanto le presunzioni semplici costituiscono una prova completa alla quale il giudice di merito può attribuire rilevanza, anche in via esclusiva, ai fini della formazione del proprio convincimento, nell'esercizio del potere discrezionale, istituzionalmente demandatogli, di individuare le fonti di prova, controllarne l'attendibilità e la concludenza e, infine, scegliere, fra gli elementi probatori sottoposti al suo esame, quelli ritenuti più idonei a dimostrare i fatti costitutivi della domanda o dell'eccezione ( Cass. civ., 11.5.2007, n. 10847).

Valutata l'opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuati i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico, il giudizio dell’organo giudicante si risolve in un apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità, dovendosi tuttavia rilevare che la censura per vizio di motivazione in ordine all'utilizzo o meno del ragionamento presuntivo non può limitarsi ad affermare un convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito, ma deve fare emergere l'assoluta illogicità e contraddittorietà del ragionamento decisorio, restando peraltro escluso che la sola mancata valutazione di un elemento indiziario possa dare luogo al vizio di omesso esame di un punto decisivo (Trattasi di elaborazione della S.C. con riferimento al danno esistenziale, applicabile anche al danno morale, sussistendone la eadem ratio Cass. civ., 11.5.2007, n. 10847; Cass. civ., 16.10.2005, n. 23079; Cass. civ., 21.10.2003, n. 15737).

Il danno morale, può essere riconosciuto in forza di presunzione semplice, “iuris tantum”, con conseguente inversione dell’onere della prova a carico del danneggiante che deve provare la inesistenza del pregiudizio lamentato in quanto, ad esempio, la perdita del congiunto (coniuge o genitore) può “non determinare conseguenze pregnanti nella sfera soggettiva laddove rimangano garantite quelle economiche..., fornendo la dimostrazione di rapporti deteriorati, convivenza “forzata” “separati in casa”( Cfr Cass. civ.,, 12.6.2006, n. 13546, cit.; Cass. civ., S.U., 24.3.2006, n. 6572).

Non è previsto nel nostro ordinamento alcun danno di natura oggettiva, risarcibile indipendentemente dalla sua prova, né alcuna presunzione di danno e la tutela accordata alla lesione di valori costituzionali non può legittimare l’esclusione della prova del danno.

Occorre, quindi, fornire la prova del danno morale che, ancorché riconducibile, come il danno esistenziale, alla lesione di valori costituzionalmente garantiti, quali i diritti fondamentali della persona, va riconosciuto quando risultino, quantomeno, puntualmente allegate le alterazioni specifiche dell’aspetto morale interiore della persona lesa quale conseguenza del fatto illecito altrui.

Tre sono, in estrema sintesi, le considerazioni che inducono a ritenere necessaria la prova del danno morale:1) evitare disparità trattamento con gli altri danni non patrimoniali areddittuali, conseguenti a violazioni di diritti costituzionalmente garantiti; 2) tutela del diritto al contraddittorio da parte del danneggiante che deve essere in grado di conoscere le richieste risarcitorie del danneggiato per potersi difendere in giudizio da pretese giudicate infondate o eccessive; 3) possibili diverse conseguenze in relazione a pregiudizi di valenza simile. Va, infatti, considerato che ciascun individuo ha una propria personalità, diversa da ogni altro soggetto e, quindi, anche le conseguenze collegate a fatti illeciti di valenza simile potrebbero essere diverse, sotto il profilo della concreta incidenza nella sfera morale del soggetto leso.

Non può infatti, escludersi che il fatto illecito possa non provocare, per ragioni peculiari o contingenti legati alla sfera soggettiva del soggetto leso o alle particolari situazioni ambientali, alcun danno concreto nella sfera morale del danneggiato, facendo riferimento anche allo “stato preesistente” del soggetto, in riferimento alla sua struttura psichica. (Occorra sempre accertare la personalità di base del soggetto leso anteriore all’evento traumatico, TOPPETTI, Il danno psichico nell’ordinamento italiano e nell’esperienza dei paesi di Common law, in questa Rivista., 1999, 1597).

Lo svuotamento di contenuto dell’art. 2059 cod. civ. è la principale critica mossa alla sentenza della Consulta n 233/03, evidenziandosi una illegittima interpretazione abrogans dello norma, che, in concreto, non troverebbe mai applicazione riconducendosi sempre le lesioni fisiche subite da un soggetto sub art 32 Cost. e quelle esistenziali, sub art. 2 Cost. Non essendo evidentemente possibile tuttavia una interpretazione abrogans che svuoti completamente di contenuto l’art. 2059 cod civ., negandone l’applicazione e abrogandolo di fatto, vanno individuati i limiti di applicazione di tale norma non essendo incondizionata la risarcibilità del danno non patrimoniale in mancanza di reato ma ancorata al principio cardine della sussistenza della lesione di un diritto tutelato dalla Costituzione, occorrendo individuare la lesione di un diritto costituzionalmente garantito, senza che rilevi che tale diritto sia fondamentale o meno, in quanto tale doppia categoria ha la funzione di privilegiare, in caso di contrasto tra diritti, entrambi previsti dalla nostra Carta costituzionale, quello ritenuto fondamentale, senza per questo delegittimare gli altri diritti, soprattutto nel caso in cui non vengano in rilievo più violazioni di diritti Costituzionalmente garantiti (In senso contrario si sostiene che “il danno non patrimoniale si identifica necessariamente col danno alla persona, onde esso si pone necessariamente in relazione con interessi indisponibili, quegli interessi che l’art. 2 Cost. richiama,senza però individuarli e senza dare alcun criterio di individuazione, tale non essendo l’espressione <<diritti inviolabili>>, GAZZONI, L’art. 2059 c.c. e la Corte Costituzionale:la maledizione colpisce ancora, in questa Rivista, cit., 1292).

Il danno alla salute non può essere definito “bagatellare” e, quindi, ne va assicurata la tutela, anche costituzionale, ogni qual volta viene leso tale diritto fondamentale, con esclusione delle situazioni di valenza minima, in cui la compromissione della salute è da ritenersi insignificante e non rilevante sotto il profilo del valore dell’uomo, sociale ed economico ( Evidenzia che “ la lieve entità delle compromissioni riportate (siano esse relative alla sfera morale che a quella esistenziale) dispiega i suoi effetti esclusivamente sul piano del quantum: in effetti se la scarsa importanza sul piano quantitativo non ha mai costituito un ostacolo al ristoro delle conseguenze di carattere patrimoniale, non si vede perché una simile selezione debba scattare per i riflessi non patrimoniali, assicurando, così, al patrimonio, una maggiore rilevanza - sul piano aquiliano - di quella garantita alla persona”, ZIVIZ, Brevi riflessioni sull’ingiustizia del danno non patrimoniale (commento a Cass. civ., 19.8.2003, n. 12124, Appello Milano11.11.2003), in Resp. civ. prev., 2004, 1341).

La prova, come già evidenziato, non deve essere particolarmente rigorosa, ove trattasi di conseguenze morali c.d. “normali” in presenza di un determinato evento. Così, ad esempio, in tema di danno morale dovuto ai parenti della vittima - nella specie, figlio e nipoti conviventi con la donna deceduta a causa di un investimento stradale -, non è necessaria la prova specifica della sua sussistenza, ove sia esistito tra di essi un legame affettivo di particolare intensità, potendo a tal fine farsi ricorso anche a presunzione. La prova del danno morale è, infatti, correttamente desunta dalle indubbie sofferenze patite dai parenti, sulla base dello stretto vincolo familiare, di coabitazione e di frequentazione, che essi avevano avuto, quando ancora la vittima era in vita (7

Cass. civ., 11.05.2007, n. 10823 ).

Il danno morale, così come il danno esistenziale, danno esistenziale può anche essere differente da soggetto a soggetto in ragione della c.d. “risilienza del danneggiato” ( cioè in ragione della sua capacità dell'uomo di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente) ovvero in ragione della sua capacità di reagire agli stress ed alla situazioni negative in generale ( Per una definizione di “risilienza”, OLIVERIO FERRARIS, La Forza d’animo, Milano, 2003, 20).

In presenza di danni simili anche il danno morale potrà avere incidenza diversa tra danneggiati da eventi simili e potrà essere liquidato un importo diverso, in base alla diversa incidenza dell’illecito in soggetti con struttura psichica differenziata e con tasso di “resilienza” diverso ( Gli effetti sconvolgenti di alcune menomazioni giustificano, infatti,un profondo turbamento ed obbligano ad affrontare situazioni nuove in cui le risorse psicologiche individuali sono messe alla prova: gli effetti e le ripercussioni a livello mentale non possono, dunque, in nessun caso, essere generalizzate, PUTTI, il danno psichico nell’ordinamento italiano e nell’esperienza dei paesi del Common Law, in Resp. Civ. prev., 1998, 1593. Si afferma che “colui che ha un alto tasso di risilienza supera più facilmente le avversità, al pari di chi ha un più forte sistema immunitario e supera più facilmente le malattie, avrebbe diritto ad un risarcimento modesto, ma questo è l’inevitabile e perverso esito del ragionare in termini di compensazione rispetto al peggioramento della qualità della vita, parallelamente al peggioramento del patrimonio, in caso di danno patrimoniale”, GAZZONI, cit., 1316).

Non tutti i soggetti hanno, infatti, le stesse reazioni e la stessa resistenza di fronte ad avvenimenti psico-stessanti, infatti alcuni individui riescono a sopportare e superare senza traumi permanenti situazioni psichiche anche di intensa sofferenza, mentre altri, di equilibrio instabile, risentono negativamente di tali situazioni, con conseguenze diverse anche sulla alterazione della qualità della vita che può variare da soggetto a soggetto (Per un approfondimento di tale concetto, CENDON, Non di sola salute vive l’uomo, cit., 220; ZIVIZ, La tutela risarcitoria della persona. Danno morale e danno esistenziale, Milano, 1999, 32).

Il risarcimento di tale danno viene determinato col criterio equitativo puro o vincolato discrezionalmente ad una percentuale del danno biologico ( Venendo in gioco una equità cosiddetta formativa o sostitutiva della norma di diritto sostanziale, nel giudizio di equità da parte del giudice di pace, non opera la limitazione del risarcimento del danno non patrimoniale ai soli casi determinati dalla legge, fissata dall'art. 2059 cod. civ., sia pure nell'interpretazione costituzionalmente corretta di tale disposizione. Ne consegue che il giudice di pace, nell'ambito del solo giudizio di equità, può disporre il risarcimento del danno non patrimoniale anche fuori dei casi determinati dalla legge e di quelli attinenti alla lesione dei valori della persona umana costituzionalmente protetti, sempre che il danneggiato abbia allegato e provato (sia pure attraverso presunzioni, secondo i principi generali) il pregiudizio subito (essendo da escludere che il danno non patrimoniale rappresenti una conseguenza automatica dell'illecito). Il Giudice di pace, per lo stesso principio di non vincolatività della norma ordinaria sostanziale, può ritenere di non liquidare il danno morale soggettivo anche in ipotesi in cui astrattamente lo stesso sia risarcibile a norma dell'art. 2059 cod. civ., se a questa conclusione porta il principio di equità elaborato per la decisione della fattispecie concreta. Resta invece escluso che il giudice di pace, nel giudizio secondo equità, possa ritenere non risarcibile il danno non patrimoniale da lesione di un valore della persona costituzionalmente protetto, poiché in questo caso sarebbe violata la norma costituzionale di riferimento, al rispetto della quale egli è, in ogni caso, tenuto. Cass. civ., 18.11.2003, n. 17429. in Resp. civ. prev., 2004, 653, con nota di IRT)

Anche il danno morale non si sottrae alla valutazione equitativa, ai sensi dell’ art. 1226 cod. civ, per le difficoltà di una sua precisa quantificazione,insita nella natura stessa di tale danno e nella funzione risarcitoria, compensativa di un pregiudizio non economico.

È stata, anche, ritenuta legittima l’utilizzazione dei criteri tabellari predisposti per il danno biologico assumendo come parametro il valore medio per punto calcolato sulla media dei precedenti in virtù delle c.d. “tabelle” presso l'ufficio giudiziario, purché il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi "personalizzato", tenendo conto della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, ciò ad evitare che possa giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie (Cass. civ., 21.9.2007,n. 19493 ;Cass. civ.,14.06.2007, n. 13953).

Sono, quindi, utilizzabili anche parametri tabellari, rispettando il principio della personalizzazione, tra cui anche quello dell'approssimazione al loro ammontare, anche se le tabelle sono state elaborate per la stima del danno biologico, che consiste nella lesione dell'integrità psicofisica, mentre il danno morale è costituito dalla lesione dell'integrità morale ( Cass. civ., 12.07.2006, n. 15760 cit.; la S.C. ha cassato la sentenza di appello, rilevando che le tabelle milanesi, essendo quelle statisticamente maggiormente testate, orientano in modo statisticamente più egualitario delle tabelle del tribunale di Messina, indicando un criterio generale di valutazione adottabile per arrivare ad una valutazione dell'"ammontare preciso" del risarcimento; nella fattispecie la Corte d'appello in relazione a un sinistro avvenuto in Taormina aveva riformato la sentenza di primo grado, la quale aveva fatto applicazione delle tabelle del tribunale di Milano, "perché prive di generalità e di certezza”).

Infatti il danno morale, che attiene alla lesione della integralità morale della persona umana, è ontologicamente autonomo rispetto al danno biologico, e pertanto non può essere considerato come un "minus" rispetto ad esso, con la conseguenza che la quantificazione automatica del danno morale come quota del danno biologico al quale il primo si accompagna è illogica e potenzialmente riduttiva ( Cass. civ.,23.05.2003, n. 8169).

Occorre, quindi adeguare l'importo liquidato alla reale gravità dell'illecito, tenendo conto delle sofferenze effettivamente patite dall'offeso e di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in modo da rendere il risarcimento adeguato al caso concreto, senza ricorrere a meri automatismi. Ne consegue che il ricorso da parte del giudice di merito per la determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno biologico, così come del danno morale, al criterio del punto di invalidità è legittimo solo se il giudice abbia mostrato, per quanto con motivazione sintetica, di aver tenuto adeguato conto delle particolarità del caso concreto e di non aver rimesso la liquidazione del danno ad un puro automatismo ( Cass. civ., 13.01.2006, n. 517, La S.C., in tale ultima sentenza, ha cassato la sentenza di merito che, nel liquidare il danno morale subito dai familiari della vittima di un infortunio aveva fatto automatico riferimento alla somma liquidata dall'ente previdenziale quale costo dell'infortunio stesso, praticando su di essa un abbattimento percentuale senza in alcun modo motivare la rispondenza della somma ottenuta ad una liquidazione "personalizzata" del danno).

La liquidazione del danno morale, “non appartiene all’arbitrio del giudice, ma alla sua prudente discrezionalità che è circostanziata e che considera le condizioni della vittima e la natura permanente del danno, in relazione alle perdite irreparabili della comunione di vita e di affetti e della integralità della famiglia naturale o legittima, ma solidale in senso etico prima che giuridico”; la Corte evidenzia inoltre che “non a caso il criterio generale dell’art. 1226 usa la parola “preciso ammontare” per indicare la tendenza a rendere totale il ristoro satisfattivo, nella valutazione di prudente discrezionalità” ( Cass. civ., 11.7.2006, n. 15760, cit.).

Il giudice, ai fini della quantificazione del danno morale deve far sempre ricorso alla “prudente discrezionalità” ed al “criterio informatore della personalizzazione”, considerando anche l’entità del danno morale nella scala di valori oscillante tra il “lieve, grave, gravissimo” che giustifichi la traduzione “in un congruo equivalente economico, paragonato a tale entità” (Cass. civ., 2.3.2004, n. 4186).

Rileva, significativamente, la Corte di Cassazione che “dal punto di vista del danno morale parentale non conta che il figlio sia morto a Taormina...a Gallarate…o a Roma, nel quartiere dei Parioli o alla sua periferia,…conta la morte in sé ed una valutazione equa del danno morale che non discrimina la persona e le vittime primarie o secondarie né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte” ( Cass. civ., 11.7.2006, n. 15760, in questa Rivista, 2006, 2057, con commento di CHINDEMI, Danno morale tanatologico: estensione del risarcimento ai “nuovi parenti” e riconoscimento del diritto alla vita).

Il danno morale può essere riconosciuto sia iure hereditatis che iure proprio anche nel caso di grave invalidità della vittima e, in base ai principi generali, va data la relativa prova, anche mediante presunzioni, ma sempre in base alle allegazioni di parte (Si è, tuttavia rilevato che In tema di danno morale dovuto ai parenti della vittima - nella specie, figlio e nipoti conviventi con la donna deceduta a causa di un investimento stradale -, non è necessaria la prova specifica della sua sussistenza, ove sia esistito tra di essi un legame affettivo di particolare intensità, potendo a tal fine farsi ricorso anche a presunzione. La prova del danno morale è, infatti, correttamente desunta dalle indubbie sofferenze patite dai parenti, sulla base dello stretto vincolo familiare, di coabitazione e di frequentazione, che essi avevano avuto, quando ancora la vittima era in vita. Cass. civ., 11.05.2007, n. 10823 )

Deve essere integralmente risarcito il danno morale parentale per la morte dei congiunti mediante l'applicazione di criteri di valutazione equitativa rimessi alla prudente discrezionalità del giudice, in relazione alle perdite irreparabili della comunione di vita e di affetti e della integrità della famiglia, naturale o legittima, ma solidale in senso etico ( Il ricorso da parte dei giudici di merito al criterio di determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno morale in una frazione dell'importo riconosciuto per il risarcimento del danno biologico, è legittimo, purché il giudice abbia tenuto conto delle peculiarità del caso concreto, effettuando la necessaria personalizzazione di detto criterio alla fattispecie e dando atto di non aver applicato i valori tabellari con mero automatismo, Cass. civ., 9.11.2006, n. 23918, in questa Rivista, 2007, 284. La S.C., relativamente a una giovane donna danneggiata da inadeguato intervento chirurgico per enucleazione di adenoma mammario, ha confermato la sentenza di merito che aveva liquidato il danno morale nella misura della metà del danno biologico, adottando la frazione più alta contemplata dalle tabelle in uso presso il Tribunale di Roma. Evidenzia il disordine con il quale nei diversi Tribunali viene "monetizzato" il punto di danno biologico INTRONA, Ancora un tentativo per rendere omogenea la liquidazione economica del danno biologico (la proposta ISVAP del 1999), in Riv. it. med. Leg. 1999, 1383.)

In aggiunta al danno morale soggettivo liquidato agli eredi per la morte del proprio congiunto, può essere riconosciuto anche il danno morale parentale, senza che possa ravvisarsi duplicazione di risarcimento, ma il giudice, essendo funzione e limite del risarcimento del danno alla persona, unitariamente considerata, la riparazione del pregiudizio effettivamente subito, nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno da perdita del rapporto parentale, deve considerare, nel liquidare il primo, la più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta, poiché, diversamente, sarebbe concreto il rischio di duplicazioni del risarcimento, e deve assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento ( Cass. civ.,, 31.05.2003, n. 8828, cit.)

l’art. 139 si applica al di fuori della RCA?In realtà, l’articolo 139 del Codice delle Assicurazioni (in tema di micropermanenti) prevede espressamente che il risarcimento del danno biologico si riferisce ai sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli, mentre nessuna disposizione sul punto riguarda l'articolo 138 che lo precede che si occupa del danno biologico per lesione di non lieve entità. Appare, però, ragionevole ritenere che le disposizioni, inserite nello stesso corpo normativo, si riferiscono allo stesso ambito di applicazione e cioè alla liquidazione del danno biologico conseguente ai sinistri disciplinati dal codice delle assicurazioni. Poiché non sono state ancora approvate le tabelle uniche previste all'articolo 138 che riguardano l'invalidità permanente tra 10 e 100 punti, l'unica disciplina immediatamente applicabile è quella dell'articolo 139 per il danno biologico per lesioni di lieve entità. A causa della sequenza cronologica delle norme in materia il giudice civile è vincolato, per i sinistri successivi al 4 aprile 2001, data di entrata in vigore della legge n. 57 del 2001, ad applicare i criteri di liquidazione previsti originariamente da tale norma (DM 3.7.2003) e successivamente dal Codice delle Assicurazioni.La giurisprudenza di merito è divisa sulla questione: si passa dall’applicazione analogica, a quella equitativa sino alla non applicazione.Vi sono pronunzie secondo le quali il danno da micropermanente descritto dal Codice delle Assicurazioni può trovare applicazione analogica alle fattispecie diverse dall’infortunistica stradale, come al caso di danno da responsabilità medica (Tribunale Modena, 10 maggio 2011); secondo altra impostazione i valori monetari previsti all'articolo 139 non possono applicarsi alle ipotesi nelle quali il Codice delle Assicurazioni non trovi applicazione. Per esempio, è stato affermato che non appare corretto applicare anche per le micropermanenti i valori contenuti nelle tabelle di liquidazione predisposte dalla giurisprudenza, ove tali parametri si discostino, eventualmente in senso migliorativo rispetto alla tabella legale (Corte d’Appello di Milano numero 397 del 2011). Secondo altre decisioni, la tabella normativa costituisce un criterio di equità applicabile anche al di fuori del proprio ambito, ma non per un’estensione diretta della disciplina (per analogia), ma quale parametro congruo ed equo.

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Ultimo aggiornamento Domenica 24 Febbraio 2013 17:44  

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